Lunedì 08 Marzo 2010 16:07
Quando, sul finire del 1938, anche in Italia fecero la loro apparizione alcune copie clandestine di un pamphlet scritto da un giovane intellettuale ebreo d’Oltremediterraneo che trentasette anni dopo sarebbe diventato il primo sindaco comunista di Napoli, l’ultimo diaframma che per anni aveva reso diverse la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini era stato definitivamente rimosso. Ad azzerare le dissonanze politiche fino ad allora esistenti tra i due regimi era stata la questione razziale che, come in quegli stessi anni andava denunciando lo scrittore tedesco Heinrich Mann, tendeva a rovesciare sugli ebrei tutto il potenziale di odio e di violenza di cui era intriso il nazismo e anche il fascismo. Quel disperato e inascoltato grido di dolore che Maurizio Valenzi, alias Andrea Mortara, lanciò da Tunisi per denunciare la corsa verso il “macello universale” a cui il Führer e il Duce avevano irrimediabilmente dato il via, approda in libreria con l’originale titolo “Ebrei italiani di fronte al razzismo” (Edizioni Cento Autori, pagg. 128, euro 10), su iniziativa di una piccola casa editrice napoletana che l’ha sdoganato settantadue anni dopo la sua uscita. Che si trattasse di qualcosa di diverso dalla solita campagna diffamatoria contro i perfidi iudaei – di cui anche la cultura cattolica di inizio Novecento era profondamente impregnata – Maurizio Valenzi come molti altri intellettuali della sua generazione, lo percepì con sufficiente anticipo, ricomponendo le tessere di un mosaico complesso, non certamente scevro da contraddizioni, che in Italia aveva iniziato a prendere forma già alla metà degli anni Trenta, in concomitanza con la violenta campagna antisemita intrapresa da alcuni giornali di cui era nota la vicinanza all’inquilino di Palazzo Venezia. A dar fiato agli istinti antisemiti di una minoranza di italiani non furono solo i giornali di Roberto Farinacci (Il regime fascista) e di Telesio Interlandi (Il Tevere e La difesa della razza) e i menzogneri e calunniosi fondi di Julius Evola e Giovanni Preziosi, ma anche una serie di iniziative editoriali, prima tra tutte la ristampa dei Protocolli dei «Savi Anziani» di Sion, un libello ideato dalla polizia segreta zarista che aveva lo scopo di “svelare” un ipotetico progetto di dominio del mondo ordito da una setta ebraica segreta.Insomma, se nell’autunno 1938 non eravamo ancora in presenza di un progetto assassino come lo sarà il programma di soluzione finale del problema ebraico (endlösung), anche in Italia si erano creati i presupposti – perlomeno teorici – per arrivare a qualcosa di simile a quello che era successo in Germania dopo il varo delle leggi «per la protezione del sangue tedesco» del 15 settembre 1935. Ciò, allo stesso identico modo in cui l’Europa andava creando quel fossato sempre più profondo e ampio che divideva il continente ariano e libero dagli ebrei (Judenfrei) da quello popolato dai subumani (Untermenschen). Un progetto che, in quell’ultimo autunno di pace, aveva già trovato l’entusiastica adesione della Romania di Alexandru Cuza e Octavian Goga, dell’Ungheria dell’ammiraglio Miklós Horthy e dell’Austria del dopo Anschluss.L’addensarsi di nuove e inquietanti nubi che andavano a offuscare ancor di più l’orizzonte politico e culturale dell’Italia fascista fu chiaramente percepito dal maggiore dei due figli di Amedeo Valensi, un grana «di religione ebraica laicamente vissuta» nato in Tunisia da una famiglia di livornesi emigrati nel Protettorato francese d’oltremare a metà dell’Ottocento. A turbare il giovane Maurizio sarà la rapidità, la quantità e la brutalità dei provvedimenti antiebraici, che scandiranno l’estate e l’autunno del 1938. In poco più di cinque mesi – dal 14 luglio, giorno del parto del “decalogo” razzista, alla fine dell’anno – il governo fascista aveva, infatti, concesso il disco verde a sette decreti legge (il n. 1381 del 7 settembre, i numeri 1390 e 1539 del 5 settembre, il n. 1630 del 23 settembre, il n. 1728 del 17 novembre, il n. 1779 del 15 novembre e il n. 2111 del 22 dicembre), puntualmente trasformati in legge nei mesi successivi, e a due decreti ministeriali (il n. 1531 del 5 settembre e il n. 2154 del 21 novembre).Ventitré settimane di barbarie sociale e culturale, che non solo cancelleranno i più elementari principi di civiltà giuridica, ma che segneranno in maniera indelebile il presente e il futuro della maggioranza dei 58.412 italiani, nati da almeno un genitore ebreo o ex ebreo, discriminati dal lavoro e dalla scuola, progressivamente e irrimediabilmente ridotti al rango di bestie. Probabilmente – afferma con una punta di sarcasmo Valenzi – il neo antisemita Mussolini aveva dimenticato che i due soli biografi ai quali aveva accordato la sua collaborazione erano stati l’amante e confidente di «razza ebraica» Margherita Sarfatti, e l’ebreo tedesco Emil Ludwig «al quale, nel 1932, colui che ha sempre ragione fece le storiche dichiarazioni antirazziste». Ebrei e fascisti, dunque. Come Teodoro Mayer, fondatore, direttore e proprietario del quotidiano Il Piccolo di Trieste, e Giuseppe Toeplitz, il fondatore della Banca Commerciale Italiana, che attraverso il suo istituto di credito finanziò molte delle iniziative del Duce. Ma perché proprio gli ebrei e non altre e più numerose minoranze, i cui atteggiamenti non erano certamente da considerarsi in linea con le aspettative del regime? Per quale oscuro motivo – si domanda con malcelata ironia il futuro sindaco di Napoli – Mussolini ha dimenticato, o ha finto di dimenticare, il milione di croati e sloveni di Trieste, Udine, Treviso e Gorizia, e i circa trecentomila tedeschi del sud Tirolo?Considerazioni non del tutto campate in aria, a cui Valenzi cercò di fornire anche delle risposte. Lo fece individuando tre variabili interpretative: una di carattere politico (il rafforzamento dell’alleanza con Hitler, attraverso l’azzeramento di ogni forma di dissonanza politica esistente tra Italia fascista e Germania nazista), l’altra di natura socio-economica (una valvola di sfogo al crescente malcontento popolare, derivante anche dal terremoto delle Borse del 1929), l’ultima di tipo psicologico (preparare gli italiani a una nuova guerra, che la Germania di Hitler si apprestava a scatenare con il consenso di Mussolini, dopo la costituzione dell’Asse Berlino-Roma). Quello che di lì a poco scoppiò fu un conflitto terribile. Peggiore di quello combattuto un quarto di secolo prima sulle sponde del Piave e della guerra civile spagnola. Un conflitto, che gli ebrei del Vecchio continente furono chiamati a pagare sin da subito ad un prezzo altissimo, che alla fine della guerra assommerà a sei milioni di morti. Un massacro organizzato e preordinato con scientificità. Anche nei più piccoli e marginali dettagli, portato a termine con maniacale determinazione e teutonica efficienza. Una mattanza, in termini di dimensione e organizzazione, mai conosciuta fino ad allora, di cui il regime fascista di Mussolini è stato corresponsabile. Non solo moralmente, ma anche materialmente dopo l’8 settembre 1943, quando a partecipare alle retate antiebraiche ed arrestare uomini, donne e bambini non furono solo i tedeschi, ma anche agenti di Pubblica Sicurezza, uomini dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia Nazionale e delle Brigate Nere, della ex Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) e della ex Polizia dell’Africa Italiana (PAI). Un orrore che Maurizio Valenzi e la moglie Litza Cittanova, sposata nel dicembre 1939, ebbero a toccare con mano varie volte, ma per loro fortuna mai con il marchio di ebreo. Le loro disavventure ebbero inizio all’indomani del 10 giugno 1940, quando assieme ad altre migliaia di italiani anche il futuro sindaco di Napoli fu deportato in un campo di internamento ubicato nei pressi del deserto, tra scorpioni e altre insidie. A rimetterlo in libertà fu, paradossalmente, il nuovo Stato francese di Vichy, nato sulle ceneri di una nazione che si era illusa che la sola linea Maginot fosse sufficiente ad arginare le mire espansionistiche di Hitler.Con l’instaurazione del regime collaborazionista del maresciallo Pétain, nel giugno 1940, per Maurizio il clima si fece più pesante e pericoloso. Sospettato di essere un attivista comunista – partito a cui il futuro sindaco di Napoli aveva aderito nei primi anni Trenta – venne arrestato il 28 novembre 1941 e, subito dopo, internato nel campo di concentramento di El Kef assieme ad altri esponenti di primo piano del Partito Comunista Tunisino. Un mese dopo venne trasferito nella prigione di Ferryville, nei pressi del lago di Biserta, dove fu interrogato e «sottoposto a una doppia tortura, in una sala dominata dalla doppia ascia simbolo di Pétain. Strane manette ai polsi, scosse dovunque - dai genitali alla testa - originate da un ago collegato alla corrente elettrica». Dopo un sommario processo per sabotaggio industriale e attentato alla sicurezza dello Stato, il 28 febbraio 1942, un mese dopo la nascita del primogenito Marco, venne condannato all’ergastolo. Un anno terribile, il 1942, non solo per gli antifascisti tunisini ma anche per gli ebrei francesi. In particolare per quelli parigini, che il 16 e 17 luglio incapparono nella più grande caccia all’uomo della storia della capitale francese. In quella che sarà ricordata come la retata del “Velodromo d’inverno”, rimasero intrappolati 3.118 uomini, 5.119 donne e 4.115 ragazzi. Avanguardia di un più consistente contingente di 41.911 ebrei che, nei cinque mesi successivi, con 43 convogli, dai campi di internamento francesi furono deportati ad Auschwitz-Birkenau e nei vernichtungslager della Polonia del Governatorato Generale.Ma non era finita. A metà autunno, in concomitanza con l’intensificarsi del programma di sterminio degli ebrei europei e l’avvio dell’Operazione Torch, i tedeschi occuparono la Tunisia. Il futuro degli ottantamila Juifs del Protettorato francese sembrava a questo punto segnato. Il 6 novembre 1942 un provvedimento a firma del generale Walter Nehring, comandante del contingente tedesco, ordinò la mobilitazione della manodopera ebraica per dei lavori di fortificazione a Biserta e Tunisi. Dal provvedimento, come era accaduto a Fiume e in Costa Azzurra, nell’alta Savoia e a Salonicco, vennero esonerati gli ebrei italiani sui quali le autorità consolari e militari avevano provveduto a stendere un vero e proprio mantello protettivo, che finì con il rendere ancor più tesi e difficili i rapporti con gli alleati tedeschi. Eventi di cui Maurizio Valenzi venne a conoscenza solo successivamente, trovandosi, una settimana dopo il colpo di mano dei tedeschi, già rinchiuso in una fetida cella della Dar el Scitan, la casa del diavolo: il terribile nomignolo con il quale gli arabi aveva ribattezzato la prigione algerina di Lambèse. La stessa dove Napoleone III aveva mandato a morire i suoi oppositori.Se sofferenze e privazioni per Maurizio ebbero a cessare con l’arrivo degli inglesi nella primavera del 1943, il peggio per gli ebrei italiani doveva ancora venire. Sopraggiungerà, infatti, dopo l’8 settembre e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, quando l’alleanza tra Hitler e Mussolini era già degenerata in qualcosa di diverso, che assomigliava più al rapporto tra servo e padrone, che non a quello che, di solito, la politica e la diplomazia riservano ai rappresentanti di due Stati sovrani. Era il triste epilogo di una sporca e malaugurata avventura che, nell’autunno del 1938, era più facile prevedere che escludere. Guardando anche dalla sponda africana del Canale di Sicilia.