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Venerdì 30 Luglio 2010
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Restituire il potere al popolo - EMIDDIO NOVI

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Per far rientrare nella legalità la magistratura rossa scesa in campo per far vincere la sinistra occorre una vera e propria svolta politica. Il Paese per uscire dalla condizione di una democrazia a sovranità limitata dalle nomenclature togate e burocratiche ha bisogno di una riforma dello Stato che restituisca il potere al popolo. Una svolta necessaria di fronte a una sinistra che non è cambiata, che è sempre quella dell’egemonia gramsciana, del consenso che quando manca viene sostituito dalla coercizione. La sinistra italiana non ha mai tagliato il cordone ombelicale con il leninismo “mite” di Gramsci. Verso l’avversario ricorre prima al volto suadente e persuasivo della “convinzione”. La propaganda, gli intellettuali organici, il partito principe collettivo sono chiamati a svolgere questo ruolo. Soltanto quando l’interlocutore si mostra impermeabile a ogni seduzione culturale la sinistra ricorre all’arma della coercizione. In un sistema democratico occidentale è impossibile ricorrere alla coercizione violenta, preventiva, repressiva e oppressiva. Nelle democrazie occidentali il potere si conquista casa matta per casa matta e poi alla fine il “Palazzo d’Inverno” del potere cederà di schianto. La casa matta della magistratura è condizionata dalle toghe militanti, minoranze agguerrite, motivate politicamente, organizzate. Un’altra casa matta espugnata è quella dei giornalisti e della maggioranza degli operatori mediatici. Le cordate clientelari e politiche dominano l’accesso dalla professione. Persino i quotidiani di destra sono infiltrati dalla sinistra, come conferma il caso di Telese, passato da “Il Giornale” a “Il Fatto quotidiano”. Altra casa matta condizionata, se non conquistata, è quella delle nomenclature della Prima Repubblica massicciamente presenti nei cosiddetti poteri forti. Di fronte ai successi del governo Berlusconi a Napoli e in Abruzzo la sinistra post-comunista nella primavera scorsa decise di correre ai rimedi. L’offensiva contro il premier si ispirava al modello americano, il gossip doveva renderlo vulnerabile. Ma l’opinione pubblica, dopo una prima fase di sbandamento, non si è fatta manipolare. Allora si è passati alla seconda fase di questa strategia. L’inchiesta sul coinvolgimento di esponenti del centrodestra nello scandalo dei rifiuti in Campania puntava a diluire l’indignazione dell’opinione pubblica verso la sinistra bassoliniana. Poi si è passati all’Abruzzo. Qui bisognava dare un altro colpo al “governo del fare” e si è montato un polverone giudiziario e mediatico di cui non si è ancora capito cosa c’entri la ricostruzione dell’Aquila. L’obiettivo era anche la figura di Bertolaso, il braccio progettuale e operativo del “governo del fare” a Napoli e in Abruzzo. Ed ecco la terza fase: il blocco delle liste che ha creato una telluricità elettorale inaspettata. Non era mai avvenuto in Italia che nelle elezioni di portata nazionale il partito di governo si vedesse bocciare le sue liste in regioni come la Lombardia e il Lazio. La magistratura militante ha tentato di cogliere tre obiettivi: rafforzare i candidati presidenti della sinistra, deprimere l’elettorato di centrodestra e accreditare verso l’opinione pubblica la leggenda metropolitana di un centrodestra che pretende di dare vita ad un governo del fare e non riesce nemmeno a presentare le liste elettorali. I quotidiani di area di centrodestra hanno contribuito ad accreditare e a rafforzare per giorni questa autentica manipolazione dell’opinione pubblica. Lo hanno fatto anche perché è mancata una seria controinchiesta sulle dinamiche degli eventi, dei comportamenti e delle strategie mediatiche attivate a Roma e a Milano. Fin dal primo giorno non si è tentato nemmeno di disattivare un disegno che rientrava nella strategia della gramsciana coercizione. Né si è compreso che se la Prima Repubblica fu guidata a partire dagli anni Settanta dal blocco consociativo dell’Arco Costituzionale antifascista, la Seconda Repubblica dovrebbe essere dominata da un nuovo Arco Costituzionale legittimato dalla “rivoluzione” di Tangentopoli. Casini è già sulla buona strada in questo disegno di progressiva cooptazione nel blocco egemone post-comunista. La dialettica tra i dipietristi e i moderati pidiellini rientra nella logica propria della sinistra dei fronti popolari. La quasi totalità del Pdl e la Lega sono due forze impermeabili a questo disegno. Ed ecco scatenarsi l’apparato della coercizione che mobilita la magistratura militante, il popolo girotondino e viola, i centri sociali, le burocrazie e le nomenclature continuiste della Prima Repubblica, l’apparato del consenso clientelare e quello mediatico delle cordate sessantottine. La magistratura militante è il fulcro di questo schieramento e non a caso è toccato alle toghe rosse scendere in campo in un conflitto che ha come posta il governo del potere locale e il futuro stesso del governo Berlusconi.
 
 
 
 
 

 


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