Mercoledì 17 Marzo 2010 14:39
La settimana scorsa, durante la visita del vice presidente degli Usa Joe Biden in Israele, il governo israeliano annunciava la costruzione di 1600 nuove abitazioni nella zona di Gerusalemme est.La decisione del nuovo progetto edilizio ha destato scalpore e imbarazzo nell’intera comunità internazionale e ha provocato la reazione immediata del numero due americano che, in risposta alla notizia, ha ribadito la necessità dei due Stati per due popoli: quello palestinese a fianco di quello israeliano. Pare siano state immediate le scuse del premier Netanyahu, che si è dichiarato a sua volta sorpreso dell’annuncio. Ma al ritorno di Biden negli Usa, ancora oggi, l’incidente pare non sia affatto superato: Obama ha rimarcato la gravità dell’accaduto dandone una lettura inequivoca: l’intenzione di una parte influente del governo israeliano di minare la ripresa del processo di pace in Medio Oriente, confermata purtroppo dalle ultime notizie provenienti da Israele.Il segretario di Stato, Hillary Clinton, durante una furente telefonata al premier Netanyahu, ha definito l’accaduto un’offesa, un vero e proprio schiaffo di Israele nei confronti del suo alleato numero uno. Un giudizio duro che vuole porre Israele di fronte ad un bivio: la scelta fra il sostegno alla pace, oppure la continuazione del conflitto con i palestinesi e con i Paesi arabi moderati. Una provocazione che spinge ora il presidente americano a pretendere ufficialmente lo stralcio del progetto edilizio come prova e garanzia per un leale impegno nel portare avanti i negoziati di pace. Ma il problema resta dunque tutto interno al governo israeliano, per lo più rappresentato dalla componente di estrema destra, che punta a sabotare i negoziati.Di fatto, se gli Usa devono essere garanti e protagonisti del processo di pace con colloqui indiretti fra le due parti, mantenendo un certo grado di credibilità, è necessario che Netanyahu dimostri di saper garantire il controllo della componente estremista ultraortodossa del suo governo, convincendo il suo popolo dell’occasione concreta - e forse ultima - di porre fine a questa, tanto lunga quanto inspiegabile, guerra che continua a martoriare da decenni palestinesi e israeliani. Israele non può assumersi la responsabilità di far fallire il processo di pace, soprattutto nel momento in cui pesa la minaccia nucleare dell’Iran.