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“L’idea di Sasà Chiatti era semplice e grandiosa allo stesso tempo: organizzare per l’inaugurazione della sua Villa un party così esclusivo e sfarzoso che sarebbe stato ricordato nelle cronache dei secoli a venire come il più grande evento mondano nella storia della nostra Repubblica”. Questo, potremmo dire in sintesi, il centro narrativo intorno a cui ruota il romanzo di Niccolò Ammaniti “Che la festa cominci” (Einaudi Stile Libero, 328 pagine, 18 euro). Ma che succede quando uno scrittore decide di riversare stili e tecniche tra i più vari all’interno di un grande contenitore-romanzo come questo? Nel caso specifico avviene che l’operazione di straniamento dalla realtà resta minima, proprio sommersa dalla mole dei registri. La realtà narrativa, che è altro dalla realtà vera, si organizza per autonomia di significato, nel senso che rimanda sempre ad altro. Crea un universo traslato e addensante, dentro il quale il lettore viene trasportato alla scoperta di un fatto nuovo. Ho l’impressione che molto spesso oggi la scrittura letteraria, al contrario, insegua la realtà senza trasformarla. Qui l’intenzione è quella di creare simbologie, di stupire, graffiare, scavare dentro i guasti contemporanei. Ma l’intenzione non basta ad annodare i fili metaforici o simbolici: non crea, insomma, forza nel racconto. Saccheggiare Wikipedia e Internet, come spiega Ammaniti, non è la soluzione giusta. Nemmeno ricalcare mimeticamente il grossolano, per ottenere l’effetto desiderato. Il dialetto, in Pasolini, ad esempio, rimarginava una distanza che sulla pagina appariva evidente: lo scrittore neorealista tratteggiava una dissomiglianza in chiave poetica, letteraria. Ammaniti, invece, incolla e compone per echi di cronaca, senza badare al peso dei personaggi, un po’ come nelle storie da fumetto. Mancano i raccordi e tutto è troppo finto, quasi scontato nell’esito. Come un certo cinema ormai chiuso in se stesso, dove la condizione cronachistica è soltanto forma senza respiro, minimalismo arroccato su stereotipi.
ALBERTO TONI