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Giovedì 02 Settembre 2010
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Il viaggio missionario secondo Miss P

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Laos, Cambogia, Vietnam. Forse l’inferno è davvero così. Un viaggio attraverso tre Paesi del sud-est asiatico partendo da Milano, che da quei Paesi è geograficamente e umanamente distante anni luce. Mondi che rimangono ai margini delle favole occidentali, dei quali non si vuole sapere nulla e vedere nulla, dove i bambini a volte fanno colazione, a volte vanno a scuola, a volte mangiano e, se hanno fortuna, a volte crescono. Laos, Cambogia e Vietnam rappresentano le mete del viaggio missionario che la onlus Missione Possibile (www.missionepossibile.com) ha compiuto nel 2006 e che Tina Venturi, attrice e doppiatrice al suo primo lavoro letterario, ha deciso di raccontare in prima persona nel romanzo “Le Avventure di Miss P” (Lampi di Stampa). Nella prefazione al libro, che verrà presentato giovedì prossimo alle ore 18.30 presso la Libreria Equilibri di via Farneti a Milano, Gerry Testori, presidente di Missione Possibile, scrive: “È un racconto avvincente e appassionato… un diario di bordo inusuale, completo e dettagliato”. Un romanzo intenso, che probabilmente racconta anche molto più di quello che la stessa autrice voleva inizialmente trasmettere. Lo stile è semplice, originale; il ritmo vivace, tutto giocato sull’ironico paradosso di veicolare messaggi importanti attraverso parole “leggere” ma capaci di giungere dritte al cuore. Un’esperienza fuori e dentro di sé che porta la protagonista, attraverso l’alter ego di Miss P, a cambiare radicalmente l’ottica delle proprie priorità di vita. Partiamo dalla copertina realizzata da Sergio Mascheroni e dal titolo, che sembrano voler raccontare qualcosa di diverso da quello che poi sono i contenuti…“È stata un’idea di Sergio. Lui è un creativo, ‘No Martini, no party’ è stata una delle sue campagne più azzeccate. Un giorno siamo andati in un negozio di giocattoli, mi ha fatto scegliere una bambola e qualche accessorio, e poi mi ha detto: ‘Creiamo la scatolina con il kit della missionaria in erba, di Miss P’. Il responsabile di Missione Possibile onlus, Gerry Testori, ci teneva a lanciare un messaggio originale. L’intento era ed è tuttora quello di avvicinare alla missione i giovani, di rompere il binomio missione/libro sociale, serio e anche un po’ noioso. E così è stato anche l’imput che mi è arrivato all’inizio di quest’avventura: vogliamo che racconti il viaggio con il tuo stile, umoristico e ironico. Esiste già un romanzo un po’ dissacrante che parla della missione? Forse no. E per non lasciare dubbi, abbiamo iniziato dalla copertina. Un’idea coraggiosa e originale, che mi è piaciuta subito”.Perché hai voluto trasformare un viaggio missionario in un romanzo?Aspettavo da tempo il pretesto per scrivere una storia e ho colto al volo la proposta che mi è stata fatta. Ho cercato di mettercela tutta. Durante il percorso ho avuto anche paura di scoprirmi troppo, di raccontare troppo di noi, del gruppo. Paura di essere superficiale o retorica. Ma poi rileggevo e pensavo: ‘Vale la pena’. Vale la pena raccontare quello che si vive anche nell’intimo, raccontare cosa ci si trova davanti e come si reagisce. Mi piaceva l’idea di dare voce agli ‘ultimi della terra’ con semplicità e in maniera diretta, senza manfrine. E poi volevo mostrare anche le debolezze di chi lavora dietro le missioni, che sono persone normali non supereroi, in modo che il lettore possa farsi un’idea chiara e soprattutto possa capire che tutti noi possiamo essere all’altezza. E l’ironia, l’autoironia sono chiavi di accesso per sfatare tante cose, pur dando loro il giusto peso”.Pensi di essere riuscita a trasmettere le sensazioni che hai vissuto?“Credo di aver fatto un buon lavoro, nel limite delle mie possibilità di oggi. Io ci ho messo tutto il mio cuore, la mia mente, tutta me stessa. Alcuni amici mi hanno seguito durante il percorso di scrittura e mi hanno sempre incoraggiato ad andare avanti. Avevo qualcosa da comunicare in un modo diverso: non era un vero e proprio reportage ma una storia con tutte le sue sfaccettature. Quando hai un’urgenza, quando hai qualcosa d’importante da dire, quando sai che stai facendo la cosa giusta, riesci a trasmettere emozioni. Se poi queste durano nel tempo, ancora meglio”.Perché hai sentito il bisogno di creare un alter ego e far parlare Miss P al tuo posto?L’alter ego è come si vede Tina. Tina ha una coscienza di sé filtrata da un’idea preconcetta che ha di sé. Ci cadiamo in molti. Praticamente, staccandomi da me stessa per creare un’altra me, ho potuto caricare il personaggio di tutte le insicurezze, le inadeguatezze reali e inventate, ma che fanno parte del bagaglio di tutti noi. E qui, vediamo la vita secondo Miss P. Amplificando sensazioni, difetti e pregi del personaggio, si dà l’opportunità al lettore d’indentificarsi. Quando poi si arriva all’assurdità, all’eccesso, ecco che il lettore si stacca e vive le piccole tragedie come spettatore, ridendo delle debolezze e sentendosi ‘migliore’. È una regola della comicità. Se il personaggio non è un po’ sopra le righe, difficilmente nasce un meccanismo comico. Così, amplificando le cose, si crea maggior impatto. I grandi personaggi che ci hanno fatto divertire noi li amiamo e li ‘compatiamo’. Ridiamo delle loro gaffe e degli incidenti in cui sono coinvolti ma, allo stesso tempo, ci fanno un’immensa tenerezza”.Ma cosa c’è di Tina Venturi in Miss P e viceversa?“Sono molto simili, non lo nego. Non sono mai voluta crescere. Non sono un Peter Pan ma ho un approccio fanciullesco alle cose. A volte mi devo sforzare per ‘fare l’adulta, comportarmi da grande’. Questo porta a sentirsi inadeguati. Poi, molte cose che racconto nascono da punti reali che esaspero. Ma un fondo di verità c’è sempre. Mi ha molto divertito scrivere i dialoghi tra i due personaggi perché amo il teatro. L’incontro tra i due personaggi è nato per caso, mentre scrivevo, e ho capito subito che funzionava. Non ho voluto abusare però di quell’escamotage perché la storia e l’intento erano altri. Ma, anche in quelle piccole cose, esce la vera Tina”.È una scelta dell’autrice ordinare tutto, indagare fin nei minimi dettagli, tanto da rischiare di non lasciare nulla all’immaginazione del lettore?Mi è stato richiesto di documentare il più possibile l’opera della missione ma anche i dettagli pratici, così diventano un utile promemoria. Per questo ho voluto essere il più precisa possibile. I progetti cambiano, s’ingrandiscono (e meno male). Ma, anche se le cose cambiano, i meccanismi sono sempre gli stessi. Volevo fare una descrizione dettagliata perché il libro fosse un racconto ma anche un utile manuale. Ad esempio nella prima parte (il libro è diviso in tre sezioni: Milano, Phnom Penh, Hanoi) c’è un elenco di tutte le cose da portare e dei vaccini da fare. Abbiamo scelto di metterlo in un riquadro a parte, come se Miss P lo avesse segnato sul suo quadernetto, dando così al lettore la possibilità di curiosare e, qualora decidesse di affrontare un viaggio simile, avere l’elenco completo delle cose che si fanno di prassi”.Mentre scrivevi il romanzo, hai mai pensato al tuo lettore ideale?“Certo, spesso. Mi piace stuzzicare le mia amiche facendo leggere loro quello che so che le divertirà. Sperimento chiedendo pareri e cerco d’immaginare le reazioni delle persone. Quando ho bisogno di conferme su qualcosa che ho scritto so già a quale dei miei ‘lettori personali’ devo rivolgermi. Scrivo per divertire gli altri, per portare un sorriso e far riflettere. Mi piace mostrare il punto di vista dei personaggi. Il mio lettore ideale è attento ai particolari, ama il mio stile e apprezza la mia generosità. Io non mi risparmio. Il mio lettore ideale è quello che mi dice: ‘L’ho finito tutto d’un fiato’ e mi spiega subito cos’ha provato nel leggere. È importante scoprire di non annoiare”.Parli sempre di Miss P in relazione agli altri personaggi, quasi ci fosse il bisogno costante di creare correlazioni esistenziali tra le figure che popolano il tuo particolarissimo reportage. Perché la protagonista si trova di rado sola? “Miss P ama stare in gruppo ma ogni relazione, ogni dialogo, ogni minimo scambio, le procurano fatica. Anche la decisione più banale le crea stress psicologico. Inoltre, non sa dire di no e questo la spinge a fuggire dalle situazioni per paura di sentirsi incastrata. Così, si isola e preferisce stare defilata. Detesta l’uniformità: sei lo fai tu, non è detto che lo debba fare io. È terrorizzata dalla performance ma si trova sempre in mezzo a situazioni in cui, invece, le viene richiesto di esibirsi. Volevo dare un segnale chiaro a chi si sente perdente perché gli sembra di non saper comportarsi al top nelle situazioni. Sono paure che abbiamo tutti. Ma quando giochi con i bambini negli orfanotrofi, sei tu con loro. E non ti giudicano. Perché, allora, continuiamo a giudicare quello che facciamo? L’incontro con un libro può cambiare il destino di un’anima. Accadrà anche con Miss P?“Me lo auguro, anzi ne sono convinta, perché il viaggio missionario ti cambia per sempre. Non puoi più tornare indietro. Se, attraverso la storia di questo viaggio, anche una sola persona deciderà di partire per la missione o di dialogare con Dio in modo informale, come faccio io nel libro, allora sì, vorrà dire che l’impatto c’è stato”. Continuerai a scrivere?“Certamente. Mi gratifica. È bello gustare l’attimo creativo da sola, contemplando la sua nascita, quando si forma. È bello respirare l’aria generale e poi vivere i personaggi e sentirli. È bello stupirsi delle associazioni d’idee e di quando tutto scorre. E soprattutto è bello continuare a meravigliarsi e condividere con gli altri le pagine che scrivi”.

Le 272 pagine del libro sono anche l’occasione per l’autrice per raccontarsi, prendersi un po’ in giro, ammettere le proprie debolezze e le proprie certezze, rivelare una realtà ai più sconosciuta come quella delle missioni, nella maggior parte dei casi autofinanziate, riflettere a voce alta sull’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e come questi ultimi vengano costantemente disarcionati da molti Paesi con i quali tuttavia l’Occidente continua a stringere patti economici e alleanze politiche come se nulla fosse. Il viaggio di Miss P è anche il racconto delle proprie emozioni attraverso gli occhi di ragazzini che sorridono sempre con un entusiasmo che mette a disagio nonostante la narrazione di come in certi momenti della propria esistenza, come dice Miss P, “si perdono i filtri e la vita entra diretta con la sua crudeltà e la sua dolcezza”.

 

MARCO LIEGI
 
 
 
 
 

 


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