La Madonna Sistina di Raffaello, oggi conservato nella Staatliche Gemaldegalerie di Dresda, venne dipinta nel 1514 circa, per la Tomba di Giulio II della Rovere, il cui santo patrono era Sisto, che difatti è al lato della Vergine: ella sostiene il bimbo fra le braccia e poggia i piedi nudi sopra una nube. Tuttavia, l’apparente fissità che le dovrebbe determinare quale incarnazione della verginea capacità di contenere il figlio - come la nube è gravida di pioggia senza esserne perforata - è smentita dal piede sinistro che, nonostante sia fermo, imprime un forza - una leva, diremmo in termini fisici - contro il suffisso vaporoso, come se sia in atto - o è già, impercettibilmente - di levare la pianta del piede e avanzare per incontrarci in un muto dialogo vis a vis. Di fianco, e in basso, da un lato, come accennato, v’è San Sisto - che osserva estasiato la visione: egli è visibilmente sbalordito - e, dall’altro, Santa Barbara - che invece declina il corredo spirituale della Vergine, quasi assumendosi la gravità del mandato spirituale di Maria, giacché è con il capo reclinato verso il basso, idealmente verso il pubblico, misericordiosa. Sisto e Barbara contornano la Vergine più per creare una mediazione tra due dimensioni, che per una funzione strettamente simbolica. Ciò è acuito dalla cortine del tendaggio, scostate affinché come un sipario che si apre sul mondo dell’altrove, possiamo noi, qui, nel mondo sensibile e concreto, partecipare della verginea bellezza carnale di Maria, che è al tempo stesso riflesso di una dimensione spirituale, altrimenti invisibile, se non veicolata da un volto, meglio da un dipinto, vivido e concreto.Il quadro assolse una funzione decisiva per alcuni aspetti nella storia devozionale della Russia: diversi scrittori di Otto e Novecento ne magnificarono la maestosa bellezza e lo interpretarono quale simbolo, non solo di un’era, il Cinquecento, né di un dogma, l’immacolata concezione o la verginità mariana, piuttosto di un percorso di redenzione.Dostoievskij lo ammirava perdutamente: tanto che a Dresda - come racconta la moglie, Anna Grigorievna - vi trascorreva dinanzi, contemplandolo e in “Delitto e Castigo”, ne “L’Idiota” e ne “I Demoni” è assunto proprio come modello di perfezione, ma soprattutto come folgorazione dell’ineffabile, perché colui che n’è abbagliato, ne venga altresì nella fede trasfigurato. Il volto di Sonia, colei che è redentrice di Raskolnikov, è paragonato al volto della Madonna di Dresda. Il principe Myskin ne denota la forza spirituale; mentre l’anziano studioso Stefan Trofimovic, a seguito di una stroncatura dell’opera da parte dell’emancipata Varvara Petrovna che non vi ravvisa nulla di trascendente, ne è talmente colpito che nel finale (prima di recarsi in campagna, a morire, in un’isba di contadini), quando dovrebbe concludere un’assemblea di nichilisti con un discorso sigillato intellettualmente con disinvolto odio contro chiunque sia abbarbicato miseramente alla tradizione, come alla fede, ne loda lo splendore e ne esalta la bellezza ideale, riverbero di una concezione irraggiungibile e percepibile solo mediante quel viso, a scorno di coloro che consideravano ogni forma di bellezza effimera non funzionale, “disorganica”, si dirà appena mezzo secolo dopo proprio in quelle terre, deleteria, e perciò da abbattere. E’ la folgorazione dostojevskiana, non casualmente, ma opportunamente, la medesima esperienza di Sergej Bulgakov, teologo, monaco e padre dello scrittore Michail.Proprio al cospetto del dipinto di Raffaello, Bulgakov padre si convertì al cristianesimo e abbandonò del tutto il marxismo che ne aveva tracciato sin da allora il percorso esistenziale e intellettuale. Egli fu amico di Pavel Florenskij, scienziato, anche lui monaco e teologo, georgiano di nascita, che venne fucilato, forse nel 1937, per volontà di Stalin, perché pericoloso per la repressione anti religiosa del regime. Florenskij rifiutava di smettere l’abito da monaco, di deporre il crocefisso, denunciava il metropolita di Mosca, asservito alla polizia segreta, scriveva di spirito e di Dio, in termini peraltro scientifici, come Henry Bergson negli stessi anni. Florenskij, da studioso rigoroso quel era, aveva interessi che spaziavano dalla mineralogia alla matematica, all’elettro-dinamica (aveva inventato solventi anti-congelanti per la conservazione dei cibi), concepiva lo conoscenza scientifica come supporto indissolubile, necessario, ma subalterno, alla dimensione trans naturale. Il creato era un alfabeto che mediante lo studio lenticolare e analitico permetteva di assumere, indagare e svelare - per quanto il limite dell’intelletto umano concedesse - ciò che ne era all’origine. Nel suo splendido “Non dimenticatemi”, lettere scritte dal gulag alla sua famiglia, e dopo decenni ritrovate e pubblicate anche in Italia (grazie ed Elemire Zolla), asseriva che della natura, come fastoso diorama, variopinto e misterioso, ne aveva percepito il segreto palpito numinoso sin dall’infanzia e che quell’intuizione ingenua s’era poi rivelata identica a quella che ebbe a seguito di studi multidisciplinari, filosofici e scientifici: di arte e di cosmologia, finanche. Celebre la teoria dello spazio curvo, anti-euclidea, consimile a ciò che pensava in proposito Einstein o il saggio sulle icone russe: sulla visione celeste e sensibile che le generarono. Di questo pensatore, martire cristiano, colpisce inoltre proprio la visione della Madonna Sistina: diaframma sull’inconoscibile, mediato da colei che è trafitta dal ferro nel cuore, come il suo sguardo allarmato intuisce: perché noi in lei vi scorgessimo la compassionevole compartecipazione al nostro dolore. Vassily Grossman, il cronista ebraico del campo di Treblinka, lo scrittore che al seguito dell’Armata Rossa nel 1945 entrò nel luogo deputato dell’orrore, anziché allinearsi con i cantori della produttività funzionale e rendersi così detrattore della bellezza debilitante e pericolosamente fuorviante dal corso della storia, come l’astratta e inutile Madonna Sistina, ritrovò invece nel volto di Maria il volto di una delle mille donne, accostatesi al suo treno che traversava la desolata landa della Russia, afflitta dai disastri della guerra, che implorava infreddolita un tozzo di pane. La Vergine era l’emblema della condivisione di Maria della umana sofferenza: il segno tangibile che la novella incarnazione del mistero non era assente nell’atroce sconfinato dolore, ma invisibile era - è qui e ora - accanto a noi.
LUIGI SENISE