“Mi sento ospite di questo nuovo secolo che è appena iniziato, sono più interessato al secolo precedente che si è concluso. Il sentimento che io vivo è che ho trovato nel romanzo di Iwaskiewicz è legato alla vecchia Europa che se ne va”: ecco quanto ha dichiarato Alvis Hermanis, unanimemente acclamato in tutta Europa come uno dei registi più innovativi ed interessanti della sua generazione. “Le signorine di Wilko”, la commedia in scena per la sua regia al Teatro di Roma, riecheggia a pieno quest’idea nella sua realizzazione che si tiene oltretutto fedele al delicato, quanto intrigante, romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz.Nato a metà degli anni Sessanta, e direttore del Teatro di Riga da oltre un decennio, Hermanis cresce a cavallo di due epoche, tra il declino e la caduta dell’impero sovietico e la rapidissima transizione che ha portato il suo Paese a diventare parte dell’Unione europea: tutto ciò ne segna fortemente la ricerca scenica. Il suo lavoro registico si evidenzia soprattutto nel porre in risalto l’autentica personalità d’ogni attore, collocandola poi al personaggio che questi dovrà ricoprire. Nell’efficace realizzazione, egli rivela ancora una volta la sua estetica iperrealista, attraverso la forma di un’interpretazione che trova comunque le sue radici nel segno della tradizione teatrale. Ciò, pur rifacendosi al teatro lettone, che ha subito la doppia influenza del teatro russo di Stanislavskij e di quello tedesco di Brecht.Alvis Hermanis si confronta qui per la prima volta con attori italiani. Sergio Romano (che ha implicitamente l’impegnativo ruolo dell’io narrante) incarna l’unico personaggio maschile dello spettacolo, mentre Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi e Alice Torriani danno corpo alle sei sorelle nell’intera struttura e racconto, animando a pieno l’azione col loro ben affiatato e vivace lavoro di gruppo. Ne è dunque protagonista Wiktor Ruben, uomo di mezza età che, colpito da un grave lutto, viene consigliato dal medico di prendersi un periodo di riposo e decide di recarsi nel villaggio di Wilko dove, in gioventù, era solito trascorrere le vacanze. Qui, come in un viaggio a ritroso nel tempo dal vago sapore proustiano, Wiktor rincontra cinque sorelle conosciute in gioventù, “le signorine di Wilko” appunto, cui lo legano numerosi ricordi: era stato fidanzato con una di loro, ora scomparsa. Era stato inoltre l’istitutore della maggiore. Il loro inatteso ritrovarsi sconvolgerà il già delicato equilibrio emotivo delle sorelle, ormai adulte, nel lento scorrere delle lunghe e calde giornate estive. Il romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz, adattato per il teatro dallo stesso regista Hermanis, riserva un’attenzione particolare al temi del ricordo e della memoria, ambientati negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Si tratta in sintesi di una magistrale riflessione sul tempo che, inesorabile, scorre. Le coreografie sono di Alla Sigalova. La scena di Andris Freinbergs, scura ed essenziale, arredata da un armadio e un letto, contiene delle gabbie di vetro entro le quali agiscono i protagonisti, a significare il cristallizzarsi del tempo. Concetto che se appare chiaro al critico non lo è altrettanto per lo spettatore. A dare comunque lucentezza al claustrofobico ambiente contribuiscono i vivaci e colorati abiti delle protagoniste, firmati da Gianluca Sbicca. Il disegno luci è di Paolo Pollo. Le musiche polacche degli anni Quaranta, che fanno da commento, sono arricchite da canzoni i cui titoli pronunciati in lingua originale sono stati ampiamente storpiati, facendo inorridire alcuni spettatori polacchi presenti in platea. La produzione è dell’Emilia Romagna Teatro Fondazione nell’ambito del Progetto Prospero, insieme al Teatro Stabile di Napoli, a Nuova Scena Arena del Sole - Teatro Stabile di Bologna. Va infine ricordato che di “Le signorine di Wilko” ebbe anche una versione cinematografica di Andrej Waida e fu a suo tempo candidato all’Oscar come miglior film straniero.
RENATO RIBAUD