Esiste davvero la “coscienza”? E che struttura ha? Di solito sono domande che si pongono i filosofi. Perché la coscienza non possiamo metterla sotto un microscopio; sfugge insomma all’indagine scientifica. Tanto che lo studio della coscienza, per le difficoltà di definizione e di metodo, è considerato “l’ultimo mistero insoluto”. Pesa ancora la contrapposizione di Cartesio tra mente e corpo. Nella visione cartesiana la coscienza, facendo parte della “res cogitans”, puro pensiero, è separata dal mondo fisico e non può derivare da esso. Quindi indagare cosa è la coscienza non rientra nel dominio delle scienze naturali. Il dualismo cartesiano perdura in molti approcci diffusi nelle attuali neuroscienze. Ad esempio nel “dualismo interazionista”, secondo cui gli eventi relativi alla mente e gli eventi relativi al corpo vanno considerati come stati ontologicamente autonomi e distinti, sebbene in qualche modo interagenti. La natura dell’interazione, che per Cartesio avveniva nella ghiandola pineale, rimane tuttavia misteriosa. La neuropsicologa Anna Berti (Università di Torino) contesta “la delegittimazione dello studio scientifico della coscienza”. E sostiene che “il concetto di coscienza può avere un referente nel mondo fisico”. Nel saggio “Neuropsicologia della coscienza” (Bollati Boringhieri, 166 pagine, 19,50 euro), Berti mostra come sia possibile studiare l’esperienza cosciente delle persone normali osservando il comportamento di pazienti con lesioni cerebrali. Solo il pregiudizio culturale secondo cui la fisica è assunta come paradigma scientifico per eccellenza, impedisce di porre la coscienza come un legittimo oggetto di ricerca scientifica. È stata a volte negata l’esistenza stessa di un aspetto interiore della vita mentale. Gli studi sui pazienti cerebrolesi hanno invece svelato alcuni fenomeni inattesi dell’esperienza cosciente.I dati della neuropsicologia, ammette Berti, non chiariscono come un processo fisico possa produrre le sensazioni che abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda. Sicuramente, però, confermano l’impossibilità di un carattere extranaturale della coscienza. Le alterazioni di coscienza legate ai danni cerebrali indicano uno stretto legame tra struttura biologica ed esperienza cosciente; che va forse al di là di quello previsto dagli stessi scienziati. La corrispondenza tra danno fisico e alterazione selettiva della consapevolezza indica “una sorta di rapporto deterministico tra substrato biologico e comportamento patologico”. A sorpresa, le ricerche descritte nel libro suggeriscono l’esistenza di una struttura eterogenea dei processi coscienti; opposta insomma all’idea di una struttura unitaria. Indicano piuttosto che la coscienza è “una proprietà distribuita nel cervello”. La coscienza avrebbe una natura frammentaria. In contrasto con l’esperienza che abbiamo di noi stessi; caratterizzata da una forte sensazione di unità e coerenza. L’unitarietà dell’io sarebbe quindi frutto di un’illusione, di un trucco del cervello. Ciò non delegittima l’identità personale. Né svaluta i principi morali, quali il senso di responsabilità e il libero arbitrio.In fondo, siamo solo agli inizi delle nostre conoscenze sui meccanismi neurobiologici della coscienza e dell’autoconsapevolezza. Dovremmo piuttosto ammettere la nostra ignoranza e la nostra attuale inadeguatezza a comprendere i meccanismi della coscienza. Certi automatismi neurobiologici contrastano, nondimeno, con la visione classica del libero arbitrio. Il senso di decisione consapevole che proviamo compiendo un’azione sarebbe il prodotto di una ricostruzione a posteriori dell’evento. Siamo dunque degli automi privi di responsabilità e capacità di scelta? Non abbiamo una risposta definitiva, avverte Berti. I dati scientifici “non sono sufficienti per decidere definitivamente della nostra responsabilità individuale e collettiva”. Altri neuroscienziati ritengono invece che il timore di dover rinunciare all’idea di libero arbitrio impedisce alla società di accettare e sfruttare fino in fondo le conoscenze offerte dalle scoperte scientifiche. Forse dobbiamo abbandonare la visione di un soggetto umano che si innalza “al di sopra della propria struttura biologica”. Ma un’eventuale revisione del concetto di libero arbitrio deve avvenire “in presenza di forti e ineccepibili corrispondenze tra dati sperimentali e codici sociali”. E anche quando questa condizione si verificasse al di là di ogni ragionevole dubbio, la tendenza a intervenire nella società in nome della scienza, o addirittura di una singola scoperta scientifica, andrà presa con cautela e senso di responsabilità. Si rende evidente, conclude Berti, “la necessità di costruire un discorso comune tra filosofia e neuroscienze”. Per arrivare a definire un modello interpretativo della mente che tenga conto dei vincoli insiti nel sistema neurale di ciascuno di noi.
PASQUALE ROTUNNO