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Giovedì 02 Settembre 2010
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La rivoluzione dell’Auditel – ALESSANDRO LONGO

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L’Auditel è un sistema di rilevamento dei dati di ascolto dei programmi televisivi, eseguito in modo automatico su un campione statisticamente rappresentativo di tutta la popolazione nazionale, che restituisce, tra l’altro, soprattutto due indici. Uno è numerico, ed è un coefficiente col quale è possibile calcolare statisticamente il numero di persone, a livello nazionale, che in un certo momento sta guardando un certo programma. Il secondo indice è una percentuale che indica quanta parte di coloro che sono sintonizzati guarda un particolare programma, rispetto al totale (il cosiddetto share).Il rilevamento è realizzato con mezzi elettronici ed è una fotografia esatta dell’audience televisiva: in ogni istante si sa il numero di spettatori che guardano un particolare programma. È praticamente un referendum continuo in tempo reale, la quint’essenza della democrazia. Uno strumento rivoluzionario. Però, c’è un però: questo strumento, certamente efficace e utile, naturalmente fonda la sua efficacia sull’attendibilità e sulla credibilità dei dati che elabora; attendibilità e credibilità che gli viene riconosciuta da tutti gli operatori del settore televisivo, a partire dai pubblicitari che sono i diretti produttori dei programmi e che così individuano il miglior target per i loro spot. E proprio qui è il problema: in una struttura del sistema televisivo basata esclusivamente sul commercio, la ricerca spasmodica dei migliori indici auditel ha provocato e sta continuamente provocando un inesorabile scadimento della qualità dei programmi, un livellamento verso il basso, che è tristemente rappresentativo del livello medio della popolazione italiana.Quest’abbozzo di analisi sociologica dell’Auditel si presta ad essere facilmente estesa ad altri ambiti: quando in una qualsiasi attività umana l’aspetto economico - o l’interesse personale di qualcuno - prevale come valore primario, l’attività in sé diventa secondaria: si fa mezzo per altri fini. Con questo meccanismo viene selezionato in modo quasi darwiniano l’aspetto o il soggetto più efficace per il raggiungimento dello scopo: il denaro o il consenso. Ecco allora che l’attricetta che ha pochi argomenti da esprimere in televisione, si accontenta di mostrare il suo corpo, lei perché così spera di avere successo, il regista del programma perché vede crescere l’Auditel, il produttore perché con un Auditel alto aumenta gli introiti pubblicitari, infine i pubblicitari perché vedono incrementare il loro target. Insomma, il sedere dell’attricetta è il simbolo del livello degli spettatori, che con il loro telecomando sono il motore di tutta l’immensa macchina televisivo-mediatica.È una considerazione quasi banale, ma amara, in quanto obbliga a rendersi conto che gli spettacoli tipo “Grande fratello” sono lo specchio in cui si riflettono i cittadini di questa nazione. Più che amara, questa è una constatazione tristemente tragica. Come siamo caduti in basso. Ma le cose non stanno proprio così male: se possibile, stanno anche peggio. Se infatti guardiamo uno spettacolo televisivo di dibattito politico, vediamo che anche qui è la ricerca dell’audience ad avere la meglio, per cui si invita Sgarbi perché si spera che cominci a litigare e urli qualche parolaccia, o il giornalista Travaglio che, da enciclopedia giuridica qual è, sveli particolari inediti delle pendenze giudiziarie del presidente del Consiglio o, meglio ancora, l’onorevole Di Pietro, che tra uno strafalcione grammaticale e l’altro, lo insulti in modo più o meno clamoroso, di modo che il giorno dopo tutti i giornali (che abboccano e si fanno complici, ingranaggi della macchina) raccontino il fatto, offrendo pubblicità gratuita alla trasmissione.E quando capita che i protagonisti si danno un tono compassato, non mediatico, ma più serio, quando gli argomenti si alzano di livello, si innesca un diverso meccanismo: poiché “si sa” che lo spettatore è stupido e ignorante e non è capace di seguire un ragionamento troppo lungo, ma si annoia subito, il discorso serio deve essere ridotto ai minimi termini, diventare il più breve possibile, e il politico di turno, in quell’intervento lampo, deve concentrare, oltre al suo punto di vista - quando c’è - anche qualche battuta o frase retorica d’effetto, che permetta al messaggio di “arrivare”. Anche politici seri, compassati e competenti, si devono piegare alle esigenze mediatiche e mostrare non gli argomenti, che pure a volte hanno, ma soprattutto il lato B: il “sedere” del discorso, elegante quanto si vuole, ma che pur sempre battuta retorica rimane.Per carità, già gli antichi romani avevano fatto della retorica una professione. Lo stesso Cicerone la praticò in modo mirabile, ed è rimasto famoso l’elogio di Elena di Gorgia. Ma allora la retorica non era che il mezzo. Oggi, invece, in televisione diventa più importante la battuta di quanto l’oratore ha da dire. Insomma, una strizzatina d’occhio alla telecamera, non sanno evitarla neanche i professori politici. Questo tritacarne televisivo ha cambiato il modo di esprimersi della società, ha provocato una vera e propria rivoluzione sociale. Mutuando la locuzione dal filosofo della scienza Khun, è avvenuto un cambiamento di paradigma sociale dai tempi ormai lontani di De Gasperi, Togliatti, La Malfa, Moro: quanta acqua è passata sotto i ponti.Quando vediamo le ballerine televisive ancheggiare discinte sullo schermo, e per un momento seppur fugace riusciamo a guardarle in viso, notiamo che in continuazione volgono lo sguardo ai monitor, per controllare come vengono riprese, se le loro “anche” sono valorizzate e allora, ma solo allora, sorridono e cercano di avere un’espressione in qualche modo collegata alle parole della canzone che stanno mimando. Ecco: il politico che butta lì una battuta spiritosa, anche solo per enfatizzare un concetto molto serio che intende esprimere, non sta facendo altro che ammiccare in modo mediatico, guardare il monitor, ancheggiare… con rispetto parlando. La televisione ha corrotto questa società. Ma non lamentiamoci: l’Auditel siamo noi, siamo noi i destinatari delle nostre lamentele, se continuiamo a ridere a crepapelle solo quando c’è una bella parolaccia o uno scambio di battute pesanti ad alta voce. Non lamentiamoci, l’abbiamo voluto noi.Ecco quindi il problema: l’Auditel abbinato ad una televisione con esclusivi interessi di mercato, dove i concorrenti sono tutti a struttura commerciale, finisce per premiare i programmi che vengono apprezzati dalla maggioranza degli spettatori, senza una selezione, per cui praticamente esistono solo programmi facili, di bassa qualità, che costano poco, ma stuzzicano gusti grossolani come il sesso, la scurrilità, la curiosità morbosa. È per questo che fioriscono i reality: programmi privi di contenuto, che non propongono domande se non pettegolezzi, che hanno dei picchi di ascolto e di share solo quando qualche prosperosa protagonista si spoglia, meglio se fingendo di non volerlo fare, o quando due protagonisti simulano un litigio o un’ infatuazione, e portano avanti il loro rapporto conflittuale o amoroso fino ad atti più o meno espliciti, o spinti - si picchiano o si accoppiano, meglio se in circostanze adulterine - e se durante i dialoghi ci scappa fuori qualche bella parolaccia, meglio che sia delle più volgari, fino ad arrivare alla quint’essenza dell’audience: la bestemmia.Questo piace alla media della popolazione italiana. Ma se qualcuno volesse ogni tanto sentir parlare di storia, letteratura, o ascoltare qualche approfondimento scientifico, non c’è praticamente niente. Quei pochissimi programmi che trattano questi argomenti poco popolari sono costretti, sempre per ragioni di Auditel, a fare da tappabuchi, in orari impossibili, la mattina in orari lavorativi, o la notte: fasce orarie a scarso valore commerciale. Inoltre, il diktat è sempre lo stesso: semplificare il linguaggio e spettacolarizzare, spesso superficialmente, l’esposizione degli argomenti, a scapito del valore scientifico, del costo e, nel complesso, della completezza dei contenuti. Sembra proprio che in queste condizioni di mercato radiotelevisivo, l’unica funzione seria e non strettamente commerciale dell’Auditel sia l’analisi sociologica della società italiana che se ne può ricavare, per quanto triste e mortificante essa possa essere.Dunque: il reality show basato sull’indice Auditel diviene strumento di analisi antropologica dell’italiano medio. È un discorso troppo cinico o pessimista? Guardiamoci bene allo specchio.
 

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