Martedì 21 Luglio 2009 14:21
L’origine, la fonte come vortice che si apre nel fiume del divenire finisce per sconnetterlo, trasformando il flusso temporale in una simultaneità spaziale in cui gli estremi più remoti, gli apparenti eccessi dello sviluppo - irriverenti nei confronti di qualsiasi scansione temporale preordinata - giungono a configurarsi come luogo di rappresentazione dell’idea. L’idea, in ultima analisi, si esprime negli estremi delle forme storiche, esattamente come il carattere si esprime nei tratti della forma del volto, che solo in tal senso acquista tutta la sua auratica individualità. L’origine, la fonte salva la storia nella misura in cui ne smaschera la mera datità empirica e la successione temporale per trasformarla in un luogo espressivo. “La fonte” di Alberto Toni si apre a questo scenario: “Che altro desiderare se non lo sguardo/ di matrona regina, infernale alla fonte?/ Non risponde a nessuno,/ ma si volta/ a cercare il bersaglio per trafiggere/ a caccia di amori da consumare in fretta./ Più che matrona sembra la porta/ dell’Aldilà, bocca feroce di profumo/ di selva. O la Ninfa vedesse a che si riducono/ certi uomini raggianti alla politica/ e vincitori quando impastano la bocca/ di promesse segrete e perfide!”.Sono i versi che aprono “La fonte” e che rientrano nella silloge - “Alla lontana, alla prima luce del mondo” (Jaca Book) - di uno dei poeti italiani contemporanei più laicamente religiosi, Alberto Toni. Le liriche di Toni, se si assume anche l’altra raccolta - “Mare di dentro” (Puntoacapo)- possono essere lette come briciole poetico-filosofiche intorno a Dio. Come parlarne? Quale ad-verbum potrà corrispondere al verbum, ascoltarlo e rispondervi? Nell’ad-verbum non potrà andare dispersa la forza, la irrevocabilità di quel presupposto della vox clamantis. L’ad-verbum non potrà evaporare in struggenti aneliti, pena lo smarrire ogni analogia col verbum. Alberto Toni cerca di rispondere a tale chiamata nella sequenza scelta per la sua silloge: “Trovatori”, “Digitali I”, “La fonte”, “Sacra privata”, “Shelley”, “Elegia”, “Nove Variazioni”, “La casa trasfigurata”, “Digitali II”, “Quarto Stato”. Lo scrittore ingaggia in tale percorso un’autentica battaglia contro la sopravvalutazione del significato nel linguaggio, contro quel suo valore di mezzo informativo astratto che finisce per imporsi sull’aspetto di medium formale concreto. Vi è una vita sentimentale pura della parola che si dà come suono. Che cos’è che tradisce la beata vita sonora della lingua? Il suo essere pura espressione. Il suo sdoppiarsi nel senso, nel significato. La natura non è più accolta, incorporata, nominata simbolicamente dal suono della lingua, bensì significata dalle sue strutture significative, caricata di un senso che le è estraneo. È così che la natura cade in un doloroso mutismo, perché il soggetto parlante, che si fa signore del linguaggio, a scapito del medium significante inaugura il mondo del significato, del tempo senza sentimento della storia. La rivisitazione di tutti i linguaggi da parte di Toni, da quello dei trovatori fino a quello postmoderno di “Digitali” I e II obbedisce a questo fine: dimostrare la consunzione estrema di ogni possibile stile fino all’estremo appello de “L’ultimo praghese”: “Avanti. Praga” Su, lingua del ponte Carlo,/ lingue per un crepuscolo boemo la città/ si risveglia, è tagliata, spezzata in due. Ora/ il vuoto è abitato,/ il bianco svetta ad ogni ora/ nella città vecchia. Per la saggezza/ di Rabbi Low, l’ombra/ scura di Kafka e dell’ultimo praghese/ in suo onore, nell’aria mite/ della primavera. Ma poi per tutto il tempo/ trascorso, adesso è più facile rifugiarsi/ nel sogno del futuro, l’aria di libertà è/ tangibile. Aspettiamo pazienti il futuro,/ qui, nel bel mezzo di piazza Venceslao”. La storia, dunque, nasce assieme al significato nel linguaggio umano, e questo linguaggio si irrigidisce nel significato: il significato diventa una maschera concettuale applicato al volto espressivo del linguaggio. Dimentico delle sue origini, il soggetto del linguaggio svaluta il suono, la figura e il gesto, riducendoli a supporti meramente materiali, “pesanti” rispetto alla leggerezza dell’astrazione concettuale: li asservisce, definendoli null’altro che “Bedeutungstrager”, ossia portatori (Trager) - lenti e pesanti del significato (Bedeutung). Questo è il grande “inganno”, denunciato, nei suoi sobri versi, da Toni: “Siamo stati ingannati, non più erba/ e alberi, la nostra natura boschiva/ la ragione di una vita comune, viva/. Nell’aria di polvere il saluto di Enea/ travolto, la città da attraversare, sotto/ un cielo scurissimo e carico di pioggia./ Le foglie cadute, ancora corteccia su cui/ scrivere per non dimenticare. Vedi, c’era/ la guglia gotica, da sotto nella piazza/ si poteva guardare in alto, alle figure,/ alle colonne con scene di battaglia./ Tutto riconoscibile e certo nella storia./ Dal viaggio di ritorno in poi non so più dire/ in quale angolo, sotto quale riparo elettrico/ e solitario nella piazza. Vedi negli inferi/ manca l’abbraccio di noi mortali, gli inferi/ di guerra e giovinezza, di lei, che non ha eguali/ e che conserva la memoria della mia vita passata”.