Lunedì 08 Marzo 2010 15:57
La vera questione non è quella del partito di plastica che si è liquefatto o del partito radicato sul territorio che si è vaporizzato. La questione da analizzare e su cui discutere è un’altra. Cosa erano diventati Forza Italia e Alleanza nazionale a partire da 10-12 anni fa. Come mai Forza Italia, un movimento postmoderno, tutto calato nella democrazia leaderistica si è gradualmente degradato in un movimento di notabili locali, di cacicchi irresponsabili, di agglomerati di potere privi di tensione politica e tenuti insieme dal familismo correntizio? Come è potuto avvenire che dal centralismo leaderistico e da una forma assolutamente nuova di leninismo aziendale, animato da funzionari di Publitalia, ci si è infilati nel tunnel della partitocrazia correntizia, che spesso sfugge al controllo dello stesso leader Berlusconi? Come è potuto avvenire che un partito come Alleanza nazionale, sopravvissuto per dieci anni alla guerra civile degli anni Settanta, si sia inaridito in un apparato correntizio, privo di militanza e occasionalmente insediato nei territori dei movimenti giovanili? E ancora: quale male oscuro ha debilitato il Pdl, somma inconcludente degli apparati, dei notabilati e delle satrapie periferiche di Forza Italia e di An? Se non si trovano delle risposte a questi interrogativi non si riesce a comprendere e analizzare lo sfasciume politico e organizzativo che costituisce il retroterra delle liste contestate e non ammesse alle elezioni regionali di Lazio e Lombardia. Berlusconi, fondando Forza Italia, aveva capito che la forma partito tradizionale non poteva che degenerare in quelle oligarchie politiche che Roberto Michels delineò quasi un secolo fa. Sempre Berlusconi tentò di sfuggire alla prospettiva di dirigenti di partito e di eletti che weberianamente non vivono per la politica ma di politica. Proprio per sfuggire a questo destino nel ’94 Forza Italia candidò degli uomini che erano dei leader nella società civile. E che esprimevano una congenita estraneità alla vocazione di trasformarsi in dirigenti ed eletti che vivono soltanto di politica e grazie alla politica. E non è detto che quel tipo di selezione in prospettiva non potesse fornire quadri dirigenti ed eletti professionalizzati, ma aperti all’ascolto e alla comprensione della società civile. Purtroppo a partire dal ’94 questo Paese ha vissuto quindici anni di guerra civile fredda, un conflitto tra un’Italia dei garantiti e delle clientele che si riconosceva nelle elite della Prima Repubblica e il Paese dei non garantiti e di un emergente ceto politico. Il conflitto tra queste due anime del Paese è progressivamente sfociato nella delegittimazione morale del centrodestra e del suo leader. Il potere togato dei funzionari militanti delle procure e della giurisdizione ha costituito una sorta di milizia istituzionale messa in campo dai postdemocristiani del Ppi e dei postcomunisti. Questa persistente emergenza politico-istituzionale ha provocato il disastro che è sotto gli occhi di tutti. In sostegno dell’oligarchia togata si sono schierati tutti i poteri forti continuisti: dalla grande finanza alle burocrazie di Stato, dal sindacato alle strutture organizzate della società civile. Berlusconi poteva affrontare questa prima fase del conflitto politico soltanto con un movimento centralizzato guidato da uomini a lui fedeli e selezionati da anni di permanenza nella sua azienda. Che poi era una impresa complessa che produceva idee, stili di vita e gramsciano senso comune. La sinistra ha tardato a comprendere che all’interno della società italiana c’era stato un fenomeno assolutamente nuovo. Una destra delegittimata e colonizzata dalla Dc che esercitava sull’opinione pubblica anticomunista una sorta di protettorato politico aveva riconquistato una sua dignità e un’autonoma presenza nelle istituzioni. Questa incomprensione dell’evoluzione della società italiana ha gradualmente condizionato anche il centrodestra. Berlusconi è stato il leader fondatore dello schieramento del centrodestra. Lo ha legittimato e lo ha dotato di un’autonoma rappresentanza politica. È stato il grande federatore delle tre anime della destra italiana: quella liberale di Forza Italia, quella populista territoriale della Lega e quella nazionale di An. Tre popoli che dopo anni di incertezze e conflitti si sono federati a partire dal grande successo elettorale delle Regionali del 2000. Ma anche sul centrodestra c’è stato un errore nella percezione dei cambiamenti che si erano verificati negli orientamenti politici, culturali e nel senso comune del popolo della destra. Berlusconi era il leader indiscusso dello schieramento, Fini e Bossi rappresentavano l’anima nazionale e quella populista territoriale. Ma milioni e milioni di elettori provenivano dallo schieramento laico, craxiano e dalla Dc. Un popolo che dopo Tangentopoli era orfano dei suoi partiti e delle leadership politiche. Un popolo però che si riconosceva nella ostilità irriducibile verso la sinistra. Un elettorato che non era certo di proprietà di Berlusconi, di Fini o di Bossi. Ma che si riconosceva in un tempo storico determinato nei tre leader e nei loro movimenti. La Lega fin dall’inizio seguì la prospettiva organizzativa di un movimento leaderistico radicato sul territorio, dotato di passione politica e impegno civile. Con un gruppo dirigente selezionato nella militanza e nella fedeltà al leader e alle idee federaliste. Forza Italia nel tentativo di darsi una struttura di partito tradizionale non riuscì a scegliere con chiarezza tra il partito leggero, a sostanziale centralismo leaderistico e la forma organizzativa tradizionale. Questa contraddizione portò Forza Italia a strutturarsi come un partito organizzato, presente sul territorio. Ma nello stesso tempo non si rinunciò al centralismo leaderistico. Queste due prospettive erano confliggenti. Alla fine i quadri politici originari furono estromessi dai cosiddetti professionisti del partito, spesso esponenti di terzo ordine della Prima Repubblica. Gente che in molti casi nel ’94 era schierata dalla parte della gioiosa macchina da guerra occhettiana. E che passarono a destra dopo aver constatato che per loro nel Ppi e tra i postcomunisti non c’era spazio. Da questo intrecciarsi di storie, di identità e di vissuti è nato uno strano aggregato di cortigiani, cacicchi, potentati locali e varia umanità. An dopo il mezzo secolo di esclusione e di ghettizzazione umana e politica aveva riscoperto le gioie della presenza nelle istituzioni e della rispettabilità. La destra di Fini da partito di militanza e di credenti in pochi anni è defluita verso il correntismo notabilare e partitocratico. Quando a Roma due anni fa fu fondato il Pdl si ebbe il sovrapporsi di una nuova forma politica a due esperienze ormai esauste. Nell’arco di due anni non si è riusciti a dare un’anima, una tensione morale, una strategia e un ceto politico a questo aggregato informe, nebuloso, rissoso, parcellizzato e inconcludente. Soltanto la Lega è riuscita a non farsi coinvolgere in questa indescrivibile confusione autodistruttrice. Il popolo del centrodestra da qualche mese assiste sbigottito al moltiplicarsi di sgambetti, di veleni, di interviste a volte calunniatrici dei propri compagni di partito. E in questo caos generale si è arrivati alla presentazione delle liste e all’appuntamento elettorale. Una sinistra ridotta alla canna del gas è riuscita a riprendere fiato e quota nei sondaggi. Persino in Puglia un governo regionale travolto dagli scandali rischia di essere riconfermato con la leadership di un Vendola che si atteggia a Obama italiano. Si sente talmente sicuro della sua immarcescibile vittoria, l’Obama di Bari, che fa campagna elettorale persino a Roma per la Bonino. Il centrodestra si è fatto mettere all’angolo da un avversario che con i magistrati di Roma e Milano segue la strategia del recount che dieci anni fa tentò di impedire la vittoria di Bush contro Al Gore. Da questo caos autodistruttivo si può uscire soltanto con un processo di rifondazione del centrodestra, con una nuova selezione dei quadri dirigenti, col darsi un’anima, con lo sfuggire al cinismo della sopravvivenza quotidiana che ha distrutto la Dc di Andreotti e dei dorotei. I popoli hanno dei loro livelli di tolleranza. Quando si esagera nello sfidare il consenso, alla fine si è travolti dalla indignazione di chi ci ha creduto e di chi ha rischiato. Berlusconi e Fini non hanno molto tempo di fronte a loro. Devono decidersi se vogliono evitare l’implosione del centrodestra e una sconfitta irreversibile delle loro leadership.