QUOTIDIANO L'AVANTI

Lunedì 06 Settembre 2010
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Quell’appuntamento mancato con l’etica - STEFANO DE ROSA

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La crisi finanziaria mondiale ha sostanzialmente investito due ambiti: quello propriamente economico e quello etico. Analisi, commenti ed interventi registrati in questi ultimi trenta mesi hanno, infatti, interessato questi aspetti. Non difformemente, due recenti risposte politico-economiche con diverso carattere di cogenza, provenienti da autorità aventi differenti competenze, possono essere ricondotte ai citati ambiti di riferimento.Un aspetto rilevante, messo in luce dalla crisi, è rappresentato dalla asimmetrica responsabilità del capitale e del lavoro nelle fasi precedenti la recessione: una diversa implicazione alla quale hanno paradossalmente fatto riscontro le onerose ricadute patite dal fattore lavoro in termini di licenziamenti ed arretramenti economici, di fatto assenti per dirigenti di banche e di società quotate per i quali la crisi, se ha certamente eroso del 20 o del 30% il livello di emolumenti plurimilionari, non ha nella sostanza intaccato quello dei consumi e del potere d’acquisto. Il punto è proprio questo: la dicotomia non è stata nel caso in oggetto improntata alla tradizionale contrapposizione tra capitale e lavoro, bensì tra chi ha visto la remunerazione del fattore produttivo di cui dispone (capitale d’impresa o forza lavoro) flettere in una normale logica economica di mercato, e chi, di contro, beneficiando di privilegi di posizione (leggasi, appunto, manager, banchieri, eccetera), non è stato praticamente coinvolto dalla spirale recessiva in quanto al riparo tanto dal rischio di impresa quanto dalla cassa integrazione.Quel che è accaduto - o, meglio, quel che la crisi ha evidenziato - è stato lo “sdoppiamento di destino” tra imprenditorialità e management: la prima legata in re ipsa al mercato, alle sue fluttuazioni, alle sue diverse velocità e sovrapposizioni temporali; il secondo immune - a volte perfino beneficato (si pensi al funzionamento delle options “put”) - dai rovesci finanziari grazie a discutibili modalità retributive. Uno scollamento, una vera deriva etica alla quale il voto bipartisan di un mese fa al Senato aveva tentato di fornire una risposta politica, un sussulto di moralità in grado di favorire culturalmente quell’identità di destino tra impresa e manager dal valore simbolico, attraverso un ancoraggio ai compensi dei parlamentari.Il voto in Commissione Finanze della scorsa settimana alla Camera ha, invece, corretto la norma, abolendo il tetto agli stipendi dei dirigenti di banche e società quotate. Evidente come le massicce pressioni dell’imprenditoria legata alla finanza - con lo spauracchio della fuga dei manager e le capziose accuse di dirigismo - e la sponda istituzionale offerta da settori politici trasversali timorosi di essere accusati di demagogia (colpire privilegi inopportuni, magari interpretando sentimento ed istanze popolari, è prassi disdicevole) abbiano indotto ad abrogare quello scatto di dignità e buon senso. Quel che ha fatto difetto è stata la presa d’atto che situazioni di eccezionalità, per di più se contrassegnate da carattere strutturale e dimensioni planetarie, suggeriscono, anzi impongono, soluzioni eccezionali, magari temporanee, dettate dalla politica.Una presa d’atto che, invece, ha contraddistinto un recente studio macroeconomico del Fondo monetario internazionale, il quale, prendendo realisticamente atto delle lezioni impartite dalla crisi, ha suggerito di raddoppiare dal 2 al 4% il livello “target” di inflazione adottato dalle banche centrali. L’innovativo e audace studio del numero due del Fmi, Olivier Blanchard, coadiuvato da due economisti italiani, Carlo Dell’Ariccia e Paolo Mauro, constata che per tenere sotto controllo prezzi e produzione è preferibile fissare un tetto di inflazione più alto al fine di beneficiare di più ampi margini di manovra in caso di congiunture recessive. Con un’inflazione “normale” al 4%, i tassi di interesse si aggirerebbero intorno al 6-7%: in questo modo le banche centrali avrebbero maggiori spazi per attuare politiche espansive.Una inversione di tendenza - prontamente stroncata dalle vestali de “l’Economist” - che non possiamo non condividere e che, seppur modestamente, da queste colonne abbiamo più volte auspicato, nella consapevolezza che livelli moderati e controllati di inflazione costituiscono un fisiologico stimolo alla domanda ed ai consumi in grado di favorire investimenti ed occupazione in un quadro socio-solidale coniugato ad una sostenibilità di ampio respiro temporale.
 

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