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Venerdì 30 Luglio 2010
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Statali, stretta per i nuovi contratti - CARLO PARETO

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“Apriremo i tavoli contrattuali a maggio, mantenendo gli impegni presi: responsabilmente governo e parti sociali ragioneranno del triennio, compatibilmente con gli andamenti di finanza pubblica”. Sono le parole del ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, il quale, riferendosi alla Cgil che non ha sottoscritto il nuovo modello contrattuale, ha aggiunto: “Il mondo è bello perché libero e vario. Quando riesco a raggiungere un’intesa sindacale completa sono contento; quando ho, comunque, un accordo sindacale sono contento. Nessuno ha diritto di veto”.Ma la risposta del sindacato non si è fatta attendere: “La stagione contrattuale, senza la definizione dei comparti e senza i soldi, non si può aprire. Credo che quella del ministro Brunetta sia una manifestazione di propaganda dell’esecutivo, come già fatto nei giorni scorsi per la polizia”, ha replicato il responsabile settori pubblici della Cgil, Michele Gentile. Al titolare dell’Innovazione, il quale ha anche affermato che non accetterà veti da parte della Cgil, Gentile ha detto: “Siamo contenti che si aprano i tavoli, ma non abbiamo capito come si chiudano visto che le risorse non ci sono. Al tavolo, poi, in base alle leggi vigenti compresa quella Brunetta, siedono le organizzazioni sindacali rappresentative nei comparti pubblici. Tra queste la più rappresentativa è la Cgil e le sue categorie. Ricordo poi al ministro che più della metà dei datori di lavoro pubblici non solo non ha firmato quel protocollo sul nuovo iter vertenziale, ma la nota sensibilità istituzionale del governo lo ha portato neanche a convocare le province e le regioni al tavolo sul rinnovato modello contrattuale (ciò a proposito di federalismo!). Non so – ha ironizzato il sindacalista - se il ministro, sulla scia di quanto ha appena fatto il governo sul ‘caos liste’, ha in mente un provvedimento per decidere i sindacati che possono essere ammessi al tavolo”.Intanto, proseguendo nel processo di ammodernamento della P.A., dopo consulenze, distacchi e permessi sindacali, il responsabile della Funzione pubblica, Renato Brunetta, ha reso noto che intende fare maggiore chiarezza sugli incarichi e i collaudi affidati dalle pubbliche amministrazioni. “Dalla prossima settimana – ha annunciato - avvieremo un’altra grande stagione di trasparenza: chiederemo a tutti gli uffici statali di riferire ed esplicitare quanto spendono per pagare pubblici dipendenti delegati a svolgere funzioni altamente qualificate. I dati li avremo la prossima settimana e vedremo la complessità e opacità di questo settore. Una Pubblica Amministrazione che si rispetti è una Pubblica Amministrazione totalmente trasparente anche negli incarichi affidati ai propri funzionari”.Le consulenze sono invece conferite dalle P.A. a professionisti esterni; gli incarichi o i collaudi, viceversa, a propri dipendenti. Parlando poi delle vicende economiche che stanno letteralmente investendo la regione ellenica il professore ha sottolineato che l’Italia è una “nazione solida, dove la finanza pubblica è sotto controllo grazie al governo e alla responsabilità di tutti: famiglie e imprese”. Lo ha espressamente evidenziato rimarcando con particolare enfasi come il nostro Paese “non è la Grecia e, questo, grazie all’Esecutivo in carica. Ma non è nemmeno la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo e neanche la Gran Bretagna. Senza offesa per nessuno. Siamo l’Italia: uno Stato solido”.GDF DA RECORD - Affittare una casa in nero conviene, e molto. I proprietari riescono a risparmiare circa quattro miliardi di euro all’anno di tasse su un giro d’affari che sfugge al fisco che arriva a tredici miliardi. La Guardia di Finanza, che ha dichiarato da anni guerra al fenomeno delle locazioni in nero, lo scorso anno è scesa in campo effettuando 2.639 controlli. Secondo i dati che l’agenzia di stampa Adnkronos è stata in grado di anticipare, l’evasione fiscale complessiva accertata si è attestata su un valore di oltre 18 milioni di euro, di cui 5,4 milioni scovati nelle operazioni di compravendita e 12,8 milioni nel giro degli affitti.Il malcostume degli affitti sommersi, in base ai dati forniti dall’Anci, è di fatto diffuso su tutto il territorio, con record che spettano a Roma e Milano. Mentre il Sunia ha fatto la radiografia dell’evasione, mettendo in evidenza come, dai dati incrociati che arrivano dalle amministrazioni, si può stimare che le imposte dirette non corrisposte ammontano a circa 3,5 miliardi di euro a cui vanno aggiunti oltre 300 milioni di euro di imposta di registro evasa. Un fenomeno esteso, che riguarda il 40% dei contratti, un milione e mezzo di abitazioni, per un imponibile di circa 13 miliardi di euro e un’aliquota evasa media del 30%. E’ sempre il Sunia ha tenuto espressamente a rimarcare che l’illecito in questione concerne segnatamente gli stranieri: sono circa 600.000 le abitazioni coinvolte, nella maggior parte delle quali le famiglie vivono in coabitazione.Per questa tipologia di immobili, l’imposta evasa di assomma a circa un miliardo di euro. Ma dati preoccupanti sono in proposito segnalati anche dall’Anci, a parere della quale tra appartamenti vuoti o affittati in nero si raggiungono i quattro milioni di immobili. L’associazione dei Comuni non a caso spinge per l’introduzione di nuove norme, come la tassazione sulle rendite da affitti al 20%, e la realizzazione del piano casa, annunciato da tempo dal governo ma ancora non avviato. Tra le altre misure sull’affitto che le municipalità sollecitano all’esecutivo, ci sono le agevolazioni fiscali per gli immobili locati a canone concordato, l’eliminazione del carico fiscale per le operazioni attuate dagli enti locali relativamente al patrimonio di edilizia residenziale sovvenzionata, e il trasferimento alle amministrazioni locali del gettito derivante dall’imposta di registro sui contratti di affitto.Ma, soprattutto, per l’Anci occorre costruire nuove abitazioni popolari: fino agli anni Ottanta si costruivano 30mila alloggi l’anno, mentre negli ultimi 10 anni ne sono stati realizzati 2mila l’anno. Il governo ha da tempo annunciato l’avvio di un piano casa, che però è ancora fermo sulla carta. Dai Comuni arriva la disponibilità a mettere in campo le proprie risorse, perché si edificano nuovi quartieri. Dai dati al riguardo comunicati dall’Istat emerge come l’offerta di case in affitto a canone ridotto rispetto ai valori di mercato, generalmente riconducibile a misure di edilizia sociale, è piuttosto modesta. Infatti, riescono a giovarsene soltanto il 5,3% dei nuclei familiari e il 5,2% degli individui, contro una media del 7,7% riferita all’intera popolazione dell’Unione europea nel 2007.L’affitto a canone ridotto, concentrato principalmente nei centri di area metropolitana, dove interessa l’11% per cento delle famiglie, è ovviamente più frequente tra le tipologie familiari maggiormente vulnerabili sotto il profilo socio-economico. Si tratta, in particolare, delle famiglie con un solo genitore (9,1%), che appartengono al primo e al secondo quinto di reddito (rispettivamente per il 7,7% e il 6,9%) e di quelle più numerose (6,9% tra le famiglie di 5 componenti e oltre e 7,8% tra le famiglie di altra tipologia). Accedono meno frequentemente a questa tipologia di locazione i nuclei più giovani, come le persone single con meno di 35 anni (4,2%) e le giovani coppie senza figli (3,1%).EFFETTO CINA - Lo slancio economico della Cina che tanto spaventa il Vecchio continente e che sfida sempre più da vicino il primato statunitense dà, però, una mano ai consumatori: almeno in Italia il “made in China” è un vero e proprio freno alla corsa dei prezzi. A certificarlo è uno studio di tre economisti della Banca d’Italia, che sottolinea come negli ultimi anni l’aumento delle importazioni dal colosso asiatico abbia determinato un raffreddamento dei prezzi di circa mezzo punto percentuale all’anno. La Penisola è uno degli Stati più esposti all’aggressività dell’import proveniente da Pechino.Infatti, come ricorda via Nazionale, il boom di beni manufatti “made in China”, la cui quota è quadruplicata dal 1990 a oggi, ha avuto ripercussioni “rilevanti per l’industria nazionale”, proprio perché le sue punte di diamante, il tessile, l’abbigliamento le calzature e i mobili sono settori “particolarmente sensibili alla concorrenza cinese”. Nel paper messo a punto da Matteo Bugamelli, Silvia Fabiani e Enrico Sette, intitolato “L’effetto pro-competitivo delle importazioni dalla Cina” (elaborato in base alle informazioni contenute nell’indagine di via Nazionale sulle imprese manifatturiere per il periodo 1990-2006), si stima “che l’ascesa della quota delle importazioni cinesi sul totale di quelle italiane, pari in media al 15% all’anno tra il 2000 e il 2005, avrebbe determinato una contrazione di quasi mezzo punto percentuale del tasso di crescita medio annuo dei prezzi praticati dalle imprese”.Difatti, laddove Pechino ha visto espandere la sua fetta di mercato oltre il 10% gli economisti di Palazzo Koch hanno registrato una compressione dei rincari di 0,3-0,35 punti percentuali all’anno, quando il tasso medio annuo d’inflazione si è attestato al 2,0%. “La dimensione dell’impatto non è trascurabile”, rimarca, quindi, lo studio. Nello specifico, l’effetto sconto sarebbe stato più “forte”, precisa l’indagine, per i comparti meno avanzati tecnologicamente, nei quali tutta la concorrenza si gioca intorno ai listini. E’, così, facile capire come le imprese più piccole con scarse risorse per reagire attraverso uno scatto qualitativo o innovazione tecnologica, finiscano per contenere i prezzi. Per la gioia dei consumatori, che comprano a saldo, e il timore degli imprenditori, perché di pari passo con i prezzi flettono anche i profitti. Intanto si è ufficialmente appreso che la riforma delle 105 Camere di commercio italiane è giunta finalmente ai blocchi di partenza: venerdì prossimo entrerà in vigore la nuova disciplina.La riforma, voluta da Claudio Scajola, aggiorna opportunamente le norme precedenti, risalenti a 16 anni fa. “Con questa riforma – ha commentato il ministro per lo Sviluppo economico - si introduce un significativo rafforzamento della capacità di azione delle Camere di Commercio soprattutto per la promozione dello sviluppo delle autonomie locali”.
 

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