QUOTIDIANO L'AVANTI

Lunedì 06 Settembre 2010
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La Costituzione deve prevalere sulla burocrazia - ANGELO MIELE

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Ciò che è accaduto a Roma in occasione della presentazione delle liste per le elezioni regionali e connesse, immancabili vicende giudiziarie, avrebbe dell’incredibile se non fosse, com’è, espressione della ben nota pochezza della nostra classe politica.La vicenda è meritevole, tuttavia, di attenta e preoccupata riflessione, anche se in un Paese, come il nostro, che ha dato i natali alla Commedia dell’Arte - rappresentata nelle piazze, in mezzo al popolo, da comici professionisti (le maschere, tra le più note Arlecchino, Tartaglia, il dottor Balanzone) -, non stupisce più di tanto: il buon senso, che fu già caposcuola, ha ceduto alla irragionevolezza e alla demagogia sfrenata dei masanielli, la buona applicazione della legge ha ceduto all’ideologia arrogante di una magistratura oramai non più credibile. Piero Calamandrei aveva ammonito, già nel secolo scorso, dei danni che avrebbe arrecato al Paese la politicizzazione dei magistrati.Ritengo perciò necessario fare un po’ di chiarezza, osservando, in primo luogo, che l’articolo 51 della Costituzione, stabilendo che tutti i cittadini possono accedere alle cariche elettive, non pone condizioni di carattere formale all’esercizio del diritto; onde è che la legge che regola il procedimento per la presentazione delle candidature non può spingersi sino a rendere non effettivo, cioè non esercitabile, il diritto stesso. La previsione normativa dell’inammissibilità della lista dei candidati, per intempestività o per mancanza di requisiti formali, deve ritenersi inaccettabile nella parte in cui non dispone di una ragionevole sanatoria e in tempi brevi, delle eventuali imperfezioni formali della lista. Peraltro, nella applicazione della legge si deve tener conto, oltre che della espressione letterale di essa, anche della sua ratio e, soprattutto, dei “valori” costituzionali, come vanno sbandierando tutti i giorni anche i magistrati, che con tale argomentazione si sottraggono all’imperio della legge, affermando che il giudice può correggere gli “errori volontaristici” del legislatore.In secondo luogo, la non ammissione della lista di candidati condiziona - se non elimina del tutto - il diritto di un elevato (nell’ordine di milioni) numero di cittadini alla espressione del voto, costringendo i medesimi a rinunciarvi, oppure a votare scheda bianca. Cosa che evidentemente Emma Bonino, che ora reclama il rispetto delle regole, sperava che accadesse.Per questo motivo mi è sembrato fuori luogo o, quanto meno, spropositata la reazione delle opposizioni (polemiche, manifestazioni di piazza con pretesa di giudicare, feroci ostruzionismi parlamentari) al decreto d’interpretazione autentica della legge che disciplina la presentazione delle liste di candidati, onde evitare gli sbocchi che la non ammissione comporta su diritti costituzionali, tanto più che con la non ammissione di liste resta pregiudicato il diritto di milioni di elettori che votavano per quelle liste. Perciò, a mali estremi, rimedi estremi: è stato il buon senso, condiviso dalla maggioranza dei cittadini, la stella polare che ha portato il governo a varare il provvedimento e il presidente della Repubblica a dargli il via libera. Questo provvedimento è interpretativo perché, come stabilisce nel suo primo articolo, “il diritto all’elettorato attivo e passivo è preminente rispetto alle formalità”. C’era bisogno dell’intervento governativo per far valere questo principio? Io credo di no, anche perché la legge è stata sempre applicata, e giustamente, con una certa larghezza di vedute, tanto è vero che quel che è accaduto questa volta non ha riscontro nell’esperienza dal 1948 in poi. È che da quando è sceso in campo Berlusconi la lotta politica si è incattivita, fino a far perdere il bon ton che ha sempre distinto i rappresentanti della classe politica. Non parlo della sguaiataggine giuridica di Antonio Di Pietro, il quale per scarsa conoscenza della Costituzione, ha minacciato la messa in stato di accusa (impeachment) del presidente Napolitano, non rendendosi conto, appunto per ignoranza della Costituzione, che il decreto interpretativo e la relativa firma presidenziale, lungi dall’essere atti contrari alla Costituzione, salvano sia il diritto costituzionale degli aspiranti alla carica pubblica, sia il diritto di milioni di cittadini, che una improvvida (a tutto concedere) condotta di un singolo soggetto, cui era stato dato incarico meramente materiale della presentazione della lista, ha esposto seriamente a pericolo.Né parlo dei comunisti, i quali si fregiano dell’appellativo di democratici, ma si comportano in modo tutt’altro che democratico, preferendo che l’avversario sia messo fuori causa e vincere in tal modo la competizione elettorale, piuttosto che affrontarlo in un leale scontro. Anche in questa occasione stanno dimostrando di non essersi scrollati del dna di vetero-comunisti. Hanno minacciato anch’essi, con Di Pietro, manifestazioni di piazza e hanno promesso ostruzionismo in Parlamento, quando si dovrà convertire in legge il decreto in questione.Non parlo neanche dei magistrati preposti al controllo della regolarità delle liste in ragione non già di capacità a tale compito, non giurisdizionale, ma per la supposta loro imparzialità e neutralità rispetto alla lotta politica. Ma, spiace doverlo constatare, i giudici sono venuti meno, anche in questa vicenda, al loro dovere d’imparzialità e neutralità, in quanto - almeno a stare agli esempi che sono stati segnalati e documentati da alcuni organi di stampa - si sono mostrati tanto severi nella valutazione della regolarità delle liste del Pdl per la Lombardia (poi sconfessati dai giudici del Tar) quanto indulgenti verso altre liste che presentavano identiche irregolarità della lista Pdl. Per il Lazio, poi - nel quale la lista del Pdl non era stata presentata nel tempo prescritto, pur essendo il latore delle stesse presente nella sede dell’ufficio elettorale (quanto è accaduto a Piazzale Clodio, sede dell’ufficio elettorale, è al vaglio dell’autorità giudiziaria) -, i ricorsi presentati, anche dopo il decreto interpretativo hanno avuto esito negativo (ma la pantomima non è ancora finita) per ragioni nient’affatto convincenti e che, perciò, inducono al sospetto dell’esistenza di una volontà di nuocere al centrodestra per motivi ideologici (di contrasto in particolare a Berlusconi). Continuo a ritenere che se non si porrà rimedio alla deleteria politicizzazione nella magistratura questa continuerà a far perdere la fiducia del popolo nella giustizia, già oggi compromessa, come fanno fede i relativi sondaggi; e, soprattutto, continuerà a perturbare la vita democratica del Paese. Il conflitto tra magistratura e parte del potere politico segna il punto di emersione della politicizzazione dei magistrati e della crescita abnorme della burocrazia giudiziaria, il male oscuro che mina il nostro sistema democratico. C’è ancora tempo e possibilità di riportare i magistrati sui binari della legalità costituzionale, solo che il centrodestra lo voglia e ne conosca il modo.Parlo, invece, dei radicali, che pur discendono dalle brache dell’Aronne liberale, i quali dimentichi della loro storia e innanzitutto della saggezza di Voltaire - che soleva dire: non condivido per nulla le tue idee ma darei la vita per consentirti di esprimerle -, prima si sono messi a cercare gli errori nelle liste avversarie, all’evidente scopo di farle eliminare dalla competizione elettorale; poi, dopo l’emissione del decreto-legge interpretativo, hanno ammorbato il clima e l’opinione pubblica gridando - come è loro solito - al colpo di Stato, all’abuso, all’eversione, ai cittadini trasformati in sudditi e giù di questo passo contro il governo che ha emanato il decreto e contro il capo dello Stato che lo ha firmato, l’uno e l’altro, a loro dire, fanno strage delle regole e dello Stato di diritto e del sacro principio della legge uguale per tutti. Difesa irragionevole e infondata di una legge che, per quanto sopra detto, avrebbero dovuto, essi per primi ritenere non conforme alla Costituzione, se interpretata in modo severamente fiscale. Non hanno compreso, essi che si appellano alle regole ed al rispetto delle stesse, che il governo e il presidente hanno fatto prevalere la regola che più di ogni altra vale, quella del diritto costituzionale, fondamentale in democrazia, di qualsiasi cittadino all’elettorato attivo e passivo, cioè a partecipare alla vita democratica del Paese.E meno male che potevamo fidarci di Emma Bonino! Voleva vincere senza avversari, anche a costo di tradire il suo dna liberale, se ancora è esistente. Che valore avrebbe una eventuale vittoria senza avversari in grado di competere? Potrebbe dire di rappresentare la intera collettività della Regione Lazio se alla battaglia elettorale non hanno potuto partecipare i rappresentanti di più della metà degli elettori?Con riguardo alla vicenda di cui fin qui ho parlato mi sono ricordato di una mia esperienza alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Difendevo un cittadino italiano - tale Colozza Giacinto - condannato in contumacia a diversi anni di reclusione senza che avesse mai avuto notizia del processo a suo carico. Nel corso dell’udienza dibattimentale un giudice - non ricordo se svedese o danese - chiese all’avvocato il professor Gian Domenico Pisapia, padre del nuovo processo penale, difensore del nostro Stato: che ve ne fate della condanna se emessa a conclusione di un processo nel quale ha potuto parlare solo una parte e non anche l’altra? Riteneva quel giudice, giustamente, che il processo dovesse svolgersi necessariamente nel contraddittorio tra accusa e difesa. La Corte ritenne che se la legge italiana consente il giudizio in contumacia, questa legge, per essere in linea con le regole del giusto processo, deve prevedere la possibilità per il condannato di potersi difendere una volta arrestato in esecuzione della condanna.Altra cultura quella della Corte europea dei diritti dell’uomo, i giudici non sono affetti da politicizzazione e interpretano le leggi in coerenza ai diritti della persona, codificati nella Convenzione e successivi protocolli aggiuntivi. Noi parliamo del rispetto delle regole, ma prescindiamo da quelle fondamentali della Costituzione.
 

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