QUOTIDIANO L'AVANTI

Venerdì 30 Luglio 2010
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Se la democrazia è solo teoria - GIULIO SCARRONE

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Se un amico, dopo aver visto la situazione politica italiana che lo stesso presidente della Repubblica ha definito una “bolgia”, mi dicesse che, tutto sommato, preferirebbe, se questa è la democrazia, una dittatura, gli risponderei, senza esitazione, che si sbaglia di grosso: la peggiore democrazia è sempre meglio della migliore dittatura. Ma perché la mia risposta non assumesse un esclusivo carattere apodittico, aggiungerei subito dopo che in ogni caso la democrazia ha un solo modo per dimostrare la sua superiorità sulla dittatura: i fatti. Cioè fare ciò che promette. Ma, per essere in grado di offrire questa dimostrazione di superiorità su qualunque altro regime, la democrazia per prima dovrebbe sfatare alcune leggende che la riguardano. La prima, per esempio, è che la democrazia sia esclusivamente una questione di numeri. Non è vero. Quando nel Parlamento italiano c’erano quaranta e più gruppi parlamentari, non si trattava di un fatto democratico, ma più semplicemente di confusione, dal momento che l’attività parlamentare risultava praticamente paralizzata. Lo stesso ragionamento si può fare per la legge che va sotto il nome di “par condicio”, peraltro voluta dalla sinistra, che equipara, nei diritti di rappresentanza a cominciare da quelli televisivi, chi ha lo 0,1 per cento dei voti con chi ha, invece, il trenta e più per cento. Un’assurdità.Si potrebbe andare avanti con un discorso analogo, per quanto riguarda le Regioni. È stato modificato il Titolo Quinto della Costituzione perché si voleva che le Regioni avessero maggiori competenze. È stato approvato il principio del federalismo fiscale perché si voleva che le Regioni fossero responsabili delle loro spese. Tutto ciò non è avvenuto. Tra Stato e Regioni continua a esserci un accavallamento di funzioni e di responsabilità, con un aumento, anziché una diminuzione, di tempi e di spese. Con questa contraddizione di fondo: che, in genere, le Regioni che spendono di più sono le meno efficienti. Allora: si può, in nome della democrazia, accettare un tale stato di cose, oppure la democrazia, proprio per dimostrare di essere se stessa, deve mettere in campo gli strumenti necessari per intervenire e cambiare ciò che deve essere cambiato?Di queste cose avremmo preferito sentir parlare i promotori della manifestazione organizzata dall’opposizione di sinistra, sabato scorso a Roma. Invece, abbiamo assistito, ancora una volta, a un festival di luoghi comuni e di invettive antiberlusconiane, con Di Pietro e Bersani che si sono disputati la palma di chi le sparava più grosse, seguiti a ruota dalla Bonino e da Nichi Vendola che hanno colmato la misura. Così, sabato scorso, la sinistra, anziché dare una risposta di attualità ai reali problemi del Paese, ha rimesso indietro l’orologio della politica italiana, riproponendo di fatto, in nome dell’antiberlusconismo, quel pasticcio dell’Unione che è costato il fallimento politico di Prodi e del suo governo. Mostrando così, la sinistra, di non aver ancora capito che un avversario comune non basta a creare un programma comune.Del resto, non è un caso che lo stesso Napolitano, dopo la manifestazione di piazza del Popolo, visto come sono andate le cose, si sia chiesto se ne valesse la pena. Vedremo, a partire dal risultato elettorale delle prossime elezioni regionali di fine mese. Certamente, una mano per un’autentica ripresa democratica del Paese, la sinistra potrebbe incominciare a darla, se smettesse, per esempio, di abbaiare alla luna.
 

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