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Venerdì 30 Luglio 2010
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L’ELZEVIRO di PIETRO MANCINI - Il trito teorema dei professionisti dell’Antimafia

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“Come noi non ammettiamo, nelle nostre organizzazioni, e cacciamo i collusi con la criminalità, anche la politica deve farlo, impedendo a costoro di ricoprire incarichi pubblici”. La sollecitazione di Emma Marcegaglia è opportuna, soprattutto in quanto è accompagnata dall’annuncio del serio e diffuso impegno di Confindustria a cancellare i compromessi e le ambiguità nei rapporti, in diverse zone del Mezzogiorno, tra l’associazionismo imprenditoriale e personaggi chiacchierati. Ovviamente, il controllo di legalità e di trasparenza deve essere rigoroso, ma anche attuato all’insegna del necessario garantismo e non confuso con il bieco giustizialismo: quello, per intenderci, tanto caro ai novelli Saint-Just dei partiti, della carta stampata e della televisione, in primis il neo-procuratore “ad honorem” di Trani, Michele “Sant’oro”. E la presunzione di non colpevolezza va mantenuta nei confronti dei cittadini, ancora non raggiunti dalla definitiva pronuncia della Corte di Cassazione. È un principio sacrosanto, previsto dalla Costituzione, anche se non piace a Gian Antonio Stella che l’altro giorno, sul “Corriere della sera”, ha bocciato la decisione, invece corretta e legittima, dell’Ordine dei Medici di Agrigento di considerare tuttora iscritti il senatore dell’Udc, Totò Cuffaro, e altri due suoi colleghi, condannati, ma non in via definitiva, per favoreggiamento e per concorso esterno in associazione mafiosa. Più in generale, sarebbe molto preoccupante qualora si tentasse di rilanciare, nel Mezzogiorno, la vecchia e deleteria equazione, cara nei primi anni Novanta al leader del settore giustizialista dei Ds, oggi parzialmente pentito, l’onorevole Luciano Violante: dissenzienti dai comunisti e dai post-comunisti uguale mafiosi. Qualche anno fa, un barbuto magistrato della Procura di Reggio Calabria, poi sistemato dal governatore don Agazio Loiero su una mega-poltrona regionale, molto ben remunerata, si spinse a sostenere che nel Sud non si potrebbe essere eletti, senza il sostegno dei poteri illegali. Ancora oggi, secondo tale teorema, fatto proprio dallo scrittore progressista anti-camorra Saviano, far politica, o addirittura vincere le elezioni, in Sicilia, in Calabria e nelle altre regioni del Sud, al di fuori e contro il partito dei post-comunisti, non si potrebbe, senza essere appoggiati dalle cosche. Cosa aspettano i candidati governatori del Popolo della libertà nel Mezzogiorno a bocciare, con fermezza, questo teorema? L’attuale maggioranza parlamentare e i settori garantisti dellopposizione non dovrebbero sprecare l’occasione della campagna elettorale per dimostrare agli italiani, e in primo luogo ai meridionali onesti, come i teoremi politico-giudiziari siano assurdi, grotteschi e offensivi, in primis per la gente perbene delle regioni del Sud. Mentre, da una parte, si tende a demonizzare, a definire “mafioso” tutto il Mezzogiorno, occorre, dall’altra, evitare di firmare cambiali in bianco a quelli che il grande scrittore siciliano ed ex deputato, Leonardo Sciascia, ebbe a definire i “professionisti dellAntimafia”, della gestione non trasparente dei pentiti, della giustizia militante ad orologeria e resistente al governo e al Parlamento.
 

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