Lunedì 05 Luglio 2010 15:09
Da alcune settimane mi sono trasferito, e per tutta l’estate, a Torella del Sannio, un piccolo centro del Molise, che io mi ostino a definire “ai confini della civiltà”. Quando vi giunsi per la prima volta, nel 1947 - e dunque oltre sessant’anni addietro -, il progresso non vi aveva fatto neppure capolino. Oggi è tutto cambiato: ogni famiglia ha il televisore e la radio, il telefono e (in molti casi) il telefonino; ogni famiglia possiede almeno un’automobile. Molti hanno abbandonato l’attività agricola per il lavoro nelle città, meno faticoso e più redditizio, molti sono emigrati sia nei Paesi europei che nella ricca America. Perciò si va estinguendo la civiltà contadina, al suo posto è subentrata una vernice di cultura e si va perdendo anche quella umanità che, nella povertà della economia essenzialmente rurale della regione, era più sentita, più vera.In compenso è restata (fino a quando?) l’aria pura, è restato il silenzio, rotto soltanto dal rumore delle macchine agricole, ma solo nel periodo estivo, o da potenti moto che giovani centauri spingono al massimo. E, soprattutto, è restato lo splendido paesaggio, quasi incontaminato, tra monti boscosi e silenti, la Maiella, le Mainardi, il massiccio del Matese, che in inverno s’incappucciano di bianca neve che cingono un’ampia zona di alta collina, nella quale sono disseminati numerosi agglomerati urbani, che dalla mia casa, sita in cima ad un’altura, scorgo ad occhio nudo: ne ho contati una ventina, di notte sembra di vedere un tratto di oceano con tante isole luminose.Quando feci la conoscenza di Torella del Sannio e, in prosieguo, di tutto il Molise, la più piccola delle regioni italiane, dopo la Valle d’Aosta, avevo appena ultimato i miei sudati studi liceali ed ero stato dichiarato “maturo” (ma prima che la scuola mi aveva maturato la guerra, per la quale avevo perso la casa e cari amici, in quel di Benevento, altro centro sannita, per effetto dei bombardamenti americani). L’origine del nome di Torella è incerta, ma l’ipotesi più attendibile la fa derivare dal nome latino “Turris illa” per via di una antica torre posta in cima di una collina ad uso osservatorio per la difesa della collettività. Per me Torella è, sentimentalmente, la mia vera patria, essendo io un sannita, in quanto nato in quel di San Salvatore Telesino, altro territorio sannita (più specificamente dei Caudini, uno dei quattro popoli sanniti che inflissero all’esercito romano la umiliazione delle “forche caudine”, cioè una sconfitta disonorevole), ove recentemente è stata rinvenuta una necropoli sannita con oltre cinquecento tombe. Ma, oltretutto, Torella del Sannio è il luogo che ho scelto, sessanta anni fa, come mia dimora gradita per il resto degli anni che mi è concesso di vivere ed ove vengo appena la mia attività di avvocato me lo consente. Ora che ho dismesso la toga (non perché non mi senta ancora in grado di esercitare la mia professione che ho esercitato per mezzo secolo ma perché ho perso la fiducia nella giustizia e nei suoi sacerdoti e quindi mi trovo a disagio, costretto a combattere senza speranza, nella impotenza di far affermare il giusto diritto) vengo a Torella più spesso (lontano dalla città caotica e disumana quale è Roma, ove vivo dal 1952). Questa è un’oasi che mi consente tante riflessioni, sulla vita e sulla morte, sulla possibilità reale, non utopistica, di un mondo migliore, di una umanità che senta la necessità dei beni essenziali, tra i quali la pace fondata sulla giustizia e sulla libertà di tutti gli esseri umani.Quest’anno però il mio animo è stato turbato dal fatto che il mio amato Molise è minacciato (come pure altre regioni, quali la Sicilia, la Puglia, la Calabria e, più recentemente la Sardegna), da una invasione di insediamenti di parchi eolici, le cosiddette “pale eoliche”. Mi sono, quindi, deciso di abbandonare le riflessioni e di scendere in campo per contribuire alla lotta delle popolazioni molisane contro quello che è stato definito “eolico selvaggio”, in quanto irrispettoso del paesaggio, sempre incantevole, e della memoria della millenaria vita dei Sanniti.Non molti conoscono il tema delle fonti di energia la quale è estremamente essenziale al mondo moderno, sempre più industrializzato. E mancano certezze al riguardo. Sono veicolate, per lo più, da prese di posizione ideologiche non supportate da condivise acquisizioni scientifiche: il dilemma è tra energia nucleare - per la quale c’è una diffusa convinzione di pericolosità, soprattutto con riguardo alle scorie della fusione nucleare - ed energia eolica e fotovoltaica. A favore della energia nucleare si fa osservare, da una parte, che oggi le relative centrali sono assolutamente sicure e, dall’altra, che tale energia consente di sottrarci dalla dipendenza dei produttori di petrolio e di gas metano, per altro a costo assai contenuto. A favore delle fonti alternative si adduce, invece, che tutte le società attuali sono orientate alla salvaguardia della vita e a tal fine deve preferirsi, alle centrali termoelettriche e alle centrali nucleari, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili quale quella eolica e quella fotovoltaica. Ma a chi sostiene questa tesi si fa osservare che l’energia da tali fonti è assolutamente insoddisfacente, quasi irrisoria, rispetto al fabbisogno nazionale e, che, quindi, non elimina la necessità del ricorso al nucleare o, in alternativa, al petrolio e al metano.Fuori da tale tematica c’è il problema, poi, della tutela del paesaggio e del patrimonio archeologico che, per l’Italia è di estrema importanza anche ai fini della ricchezza derivante dall’industria turistica, onde la necessità del contemperamento di due opposte esigenze, quella, appunto, di tutela di questi beni, garantita dall’articolo 9 della Costituzione, e quella dell’adozione delle fonti alternative al nucleare che, si afferma, tutelano pure la salute pubblica, anch’essa valore costituzionale. Ma al riguardo bisogna fare delle riserve, perché le pale, specialmente se addensate in numero rilevante su un singolo spazio del territorio (qui in Molise, ad esempio, ne sono state impiantate circa settecento e la progettazione ne prevede complessivamente tremila) producono rumore costante non materialmente percepibile, i cosiddetti ultrasuoni, nocivi alla salute fisica e neurologica.C’è poi il problema - ammettendo legittimo e utile il ricorso all’eolico - della dislocazione dei parchi eolici sul territorio nazionale. Al riguardo è da osservare che l’energia prodotta da impianti eolici su un determinato territorio non va sempre a vantaggio delle popolazioni relative, posto che essa viene convogliata nel serbatoio nazionale, onde la necessità di dislocare equamente gli impianti eolici su tutto il territorio nazionale, per modo che tutte le collettività contribuiscano, in solidarietà alla produzione dell’energia occorrente al Paese. Invece, da noi gli insediamenti di parchi eolici sono concentrati nelle regioni meridionali che, così, sono caricate dell’onere di fornire per tutti l’energia, necessaria soprattutto alle regioni industrializzate del Nord. Inoltre, c’è il problema della ubicazione dei parchi eolici, cioè della scelta del luogo di installazione: bisogna che essa avvenga in modo che tenga conto della necessità, sopra detta, di tutela dei beni paesaggistici e archeologici.Infine, c’è l’esigenza di scongiurare che nell’attività di produzione dei parchi eolici s’insinuino aspetti collusivi tra gli operatori privati e i pubblici ufficiali cui è devoluto il compito di autorizzare gli impianti eolici. Si tratta di scongiurare il pericolo, concretamente già avvertito (sono in corso numerose inchieste giudiziarie, soprattutto in Calabria) che su questa industria arrivino le mani della criminalità organizzata. La quale coglie l’occasione di un doppio utile: la partecipazione ai fondi europei destinati alla produzione dell’energia eolica e la possibilità del riciclaggio di denaro sporco, proveniente soprattutto dal traffico degli stupefacenti. Da questi pochi cenni sul problema dell’energia eolica deriva la necessità di un impegno serio e fattivo all’approfondimento di tutti gli aspetti del tema, soprattutto in considerazione della difesa della nostra più grande ricchezza, quale è il patrimonio archeologico e paesaggistico. Perciò rivolgo un appello ai giovani compagni socialisti affinché si facciano carico della difesa del nostro Paese che non solo è il “bel paese”, ma è anche uno scrigno che custodisce la maggior parte delle ricchezze culturali del mondo. È questo un impegno al quale noi socialisti non dobbiamo sottrarci perché la vita non è intessuta solo da problemi di ricchezza materiale (e di equa distribuzione della stessa), non si tratta di rimediare alle sperequazioni sociali a favore dei meno abbienti, ma si tratta anche di valori dello spirito, cioè anche della nostra cultura.Certo, “primum vivere, deinde philosofari”, ma questo tema, della produzione dell’energia necessaria alla nostra economia, è insieme vivere e filosofare. Io, come più volte ho detto, anche su questo nostro glorioso giornale, non nutro alcuna fiducia nell’attuale classe dirigente, sia perché culturalmente non attrezzata, sia perché protesa a realizzare l’interesse particolare di singoli uomini politici o di singole aggregazioni partitiche e, quindi, non hanno nel loro orizzonte l’interesse generale della collettività. In questo senso gli esempi, anche recenti, non mancano. Pertanto, ho fiducia nei giovani, perché loro è il futuro, loro il compito del cambiamento effettivo, non gattopardesco, come loro è la responsabilità di delineare un avvenire migliore.